«Credo che questo referendum sia importante non soltanto perché cinque Sì possono dare il segnale per una riforma della giustizia di cui il Paese ha un gran bisogno ma anche perché, qualora non si dovesse raggiungere il quorum, sono un invito al Parlamento a procedere in tal senso. La riforma della giustizia proposta finora sicuramente non è dannosa ma non porta alcuna utilità. Quindi io sono per 5 Sì, Italia Viva è per 5 Sì». Ciro Buonajuto, sindaco di Ercolano ed esponente del partito fondato da Matteo Renzi, spiega le ragioni del suo sostegno al referendum del 12 giugno.

Cinque i quesiti referendari, cinque i Sì. Partiamo dal primo: riforma del Csm. «Riguarda la possibilità di candidarsi a membro del Consiglio superiore della magistratura. Attualmente un magistrato deve presentare da 25 a 50 firme per presentare la propria candidatura, se al referendum vincerà il Sì ogni magistrato potrà candidarsi a prescindere dalle firme. Di certo non è sufficiente per eliminare il potere delle correnti all’interno della magistratura ma è un piccolo passo in avanti che potrebbe invitare il Parlamento a licenziare una riforma vera», afferma Buonajuto. Secondo quesito: equa valutazione dei magistrati. «Votare Sì a questo quesito è una decisione di buon senso – spiega – . La magistratura, quella sana, quella che lavora, non ha paura di essere giudicata. Quindi per quale motivo non bisogna consentire ad avvocati ed accademici di partecipare alle valutazioni?».

Il tema è uno di quelli sul quale la magistratura ha alzato più barricate. «Credo ci sia stato un errore di comunicazione, se ci si sedesse attorno ad un tavolo sono certo che i magistrati non avrebbero nulla da temere. Io non ho paura di essere giudicato quando faccio il mio dovere, nemmeno la magistratura deve averne». Pm e giudici appaiono, di fronte a queste proposte di riforma, avvinghiati alle loro posizioni, ai loro privilegi. Si pensi alle porte girevoli per ruoli e funzioni. Un punto su cui si concentra il terzo quesito del referendum: separazione delle carriere dei magistrati.

«Ritengo che una separazione delle funzioni tra pubblico ministero e magistrato possa essere utile al sistema della giustizia – sostiene Buonajuto -. Al di là di tecnicismi la magistratura deve recuperare la fiducia dei cittadini e noi dobbiamo fare di tutto affinché si recuperi questo sentimento. Se scendessimo adesso per strada a chiedere se si è soddisfatti o meno del sistema giustizia la risposta sarebbe scontata. Io – aggiunge – personalmente credo molto nella giustizia: sono avvocato, figlio di avvocato, mio nonno era avvocato, mio zio è stato presidente della Corte di Appello di Napoli, inoltre vengo da una città dove anche grazie al lavoro dei magistrati sono stati arrestati 500 camorristi in due anni. Ora bisogna fare in modo che non solo gli addetti ai lavori ma tutti i cittadini tornino a credere nella giustizia, nella magistratura».

La separazione delle funzioni si inserisce in un’ottica a favore dell’equità del processo e della tutela dei diritti della difesa. Il referendum si propone di dare una spinta affinché cambino certi automatismi, siano fermate le lobby di potere, arginati gli eccessi e affrontati i nodi irrisolti del sistema giustizia. Un sistema che spesso interferisce non solo con la vita personale dei cittadini ma anche con quella politica di un territorio. Per questo il quarto quesito riguarda l’abolizione del decreto Severino, proponendo più tutele per sindaci e amministratori. «Voterò Sì perché è assurdo – spiega il sindaco di Ercolano – che chi non è stato condannato in via definitiva venga sospeso in seguito a una sentenza di condanna di primo grado, è contro ogni principio, è una vergogna. Questo quesito è fondamentale per una questione di democrazia. Una sentenza di primo grado non è una condanna definitiva, i cittadini votano gli amministratori e gli amministratori devono poter fare il loro lavoro. La Costituzione è chiara: c’è un principio di innocenza che va rispettato. Il processo di primo grado, che può essere frutto di un errore, non può condizionare la vita di una comunità».

Eppure quanti esempi nella nostra storia giudiziaria… «Penso al caso Tortora, che è il più simbolico, ma penso anche a tanti sindaci di piccole città che in questo momento sono sospesi e probabilmente tra qualche giorno, tra qualche settimana, tra qualche mese avranno una sentenza di assoluzione», aggiunge Buonajuto. «L’abuso di ufficio – sottolinea – è un reato il cui perimetro non è ben circoscritto, per cui spesso è un reato che non è bene identificato. L’incandidabilità andrebbe valutata caso per caso, non può essere automatica altrimenti rischiamo delle ingiustizie». Il referendum del 12 giugno è per una giustizia giusta. E una giustizia giusta è quella che non prevede il carcere come anticipazione della pena, non fonda la misura cautelare su un pronostico della reiterazione del reato. Il quinto quesito affronta proprio questo aspetto: limiti agli abusi della custodia cautelare. «Il carcere preventivo – afferma Buonajuto – è una pratica spesso utilizzata in maniera eccessiva, bisognerebbe valutarla con maggiore attenzione, deve prevalere il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Per questo voterò Sì – conclude -. Serve un segnale garantista, non si tratta di voler bene ai ladroni e male ai magistrati».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).