In tribunale il ritorno alla cosiddetta normalità è ancora un miraggio e lo sarà per molti mesi ancora. Il giusto processo e il diritto di difesa, quindi, dovranno ancora subire limitazioni in nome delle misure necessarie per contenere il diffondersi della pandemia da Covid. Il Governo, infatti, nei giorni scorsi ha prorogato lo stato di emergenza fino al 30 aprile 2021 anche per la Giustizia. Se nel decreto Milleproroghe la proroga riguardava soltanto la giustizia amministrativa, con il nuovo decreto legge le misure emergenziali sono estese a tutti i settori della giustizia civile e penale, almeno fino alla fine di aprile. Poi si vedrà.

Intanto la notizia torna a deprimere le speranze, a spegnere i facili entusiasmi. Il ritmo dei processi continuerà, per i prossimi mesi, a essere quello lento dei rinvii e dei calendari ridotti per evitare assembramenti nelle aule di tribunale, sarà quello delle udienze a distanza e dei processi con la modalità cartolare, sarà quello della digitalizzazione e di alcuni atti eseguibili da remoto, del portale del processo telematico per il deposito di memorie e documenti, delle udienze a porte chiuse per quelle che riescono a celebrare in presenza, del processo d’appello da celebrarsi all’occorrenza in modalità scritta nonostante il disappunto dell’avvocatura. Insomma, si andrà avanti ancora secondo le disposizioni emergenziali che hanno scandito i ritmi della giustizia negli ultimi mesi fra udienze scaglionate, rinvii, comunicazioni telematiche, limitazioni agli accessi nelle cancellerie.

«Sono stati escogitati in questi ultimi mesi metodi alternativi di svolgimento delle udienze che hanno consentito di far andare avanti la giustizia sia nel settore civile sia in quello penale. Ma resta chiaro che queste possono essere soltanto misure emergenziali, perché dobbiamo presto tornare a un vero rispetto del contraddittorio», commenta Antonio Tafuri, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli. Alla vigilia dell’inaugurazione di un nuovo anno giudiziario, la cui cerimonia per la prima volta quest’anno si svolgerà alla sola presenza dei massimi rappresentanti delle istituzioni giudiziarie e senza il tradizionale bagno di folla di magistrati, avvocati e personale giudiziario che ogni anno si riuniscono per discutere di progetti e disagi, stilare un bilancio sulla giustizia napoletana è più difficile.

«Quello che noi avvocati stiamo purtroppo subendo è una diminuzione delle nostre facoltà difensive, delle nostre possibilità deduttive – aggiunge Tafuri – E questo lo dico riferendomi sia al settore civile sia al penale. La proroga era nell’aria, ce l’aspettavamo, la situazione epidemiologica non consente obiettivamente di tornare alle condizioni normali per il momento». Il Covid impone ancora attese, ma non deve impedire di guardare al futuro in chiave di proposte e di riforme. «Sarebbe il caso di mettere mano ad alcuni interventi organizzativi che consentano un maggiore scaglionamento delle udienze durante l’arco della settimana e della giornata», osserva il presidente degli avvocati napoletani.

Frazionare ulteriormente le udienze in più fasce orarie è la soluzione sperata. «Non possiamo essere ancora legati alle organizzazioni classiche per cui si fanno le udienze dalle nove a mezzogiorno e solo nei giorni pari o nei giorni dispari – aggiunge Tafuri – Bisogna avere un approccio diverso sia per quanto riguarda la programmazione delle udienze sia il lavoro delle cancellerie. Inoltre c’è la necessità di pensare a procedimenti di riforma dei processi – sottolinea – Allo stato le interlocuzioni tra le forze governative, i tavoli ministeriali e le varie componenti di avvocatura e magistratura sono in una fase di stallo o quasi, e questo ci preoccupa perché non vorremmo che i riti fossero emendati soltanto su iniziativa degli ambienti ministeriali».
Intanto a Napoli la pandemia continua a sommarsi a emergenze antiche: «Nelle isole siamo in situazione di sfascio, manca personale dappertutto – conclude Tafuri – il giudice di pace di Procida non ha dipendenti da inizio di settembre, idem a Capri, mentre a Ischia ci sono carenze che non si riesce in nessun modo a colmare».