Mi chiama Cristian e capisco subito, visto che è l’amico e tuttofare di Luca e non mi sbagliavo: «Luca è morto ieri sera. Aveva superato l’ultima chemio abbastanza bene, poi però l’aggeggio che misura l’ossigenazione ha indicato un abbassamento, di corsa in ambulanza, l’ospedale con le porte che si chiudono per tutti, nessuna notizia, e adesso è morto».  Luca De Mata e io eravamo amici da pochi anni, ma per la pelle. Lui guidava questo palazzo magnifico e unico al mondo a cinquanta passi da casa mia e che è su Largo Argentina, dove presiedeva dopo Orsa, sua moglie nipote di Marco Besso, la Fondazione che dallo stato quasi decrepito lui aveva riportato a scintillare nella sua originaria bellezza di sede culturale laica e geniale.

Marco Besso era stato un grande intellettuale ebreo e uomo d’affari che fece una buona parte del Risorgimento e che era amico di Mazzini e del sindaco Nathan, di tutta quella magnifica generazione che ebbe la sua onda lunga con Lanciani e con Giacomo Boni che riportò a galla le rovine del Foro andando a recuperare in India la pianta allora estinta dell’acanto insieme a mio nonno con cui scavava rovine e che era redattore capo della Nuova Antologia e che fu ammazzato con una revolverata nel 1921. Era una bella Roma quella nostra Roma, molto giudìa, patriottica e di ghetto, come eravamo giudii di complemento lui ed io e le nostre infanzie e amicizie ed è così che sono caduto con mia sorpresa nell’imboscata del pianto.

Non mi capita mai di piangere una morte. Non sono riuscito a versare una lacrima, e me ne vergogno, per mia madre che ogni settimana quando ero bambino andava alla Fondazione Besso per i Martedì Letterari, né per mio padre che era ingegnere ma anche archeologo e mi portava a scoprire gli stili dei capitelli e dei rosoni delle chiese. Sono caduto nell’imboscata del pianto soltanto alla notizia della morte di Philip Roth con cui mi ero troppo tessuto nelle fibre e fu un pianto veramente disperato e l’altro ieri sera perché Luca se ne era andato, dopo avermi assicurato che saremmo ripartiti dopo il lockdown con il teatro della Fondazione, mancavano solo i permessi dei Vigili del Fuoco.

Lui era un uomo di genio scomposto ed esagerato, ci ritrovavamo nell’eccessività dei segni, nella disperazione del turpiloquio del più osceno e delicato Belli, tanto più disperatamente genitale quanto più porta l’impronta della disperazione umana. E lui, Luca, figlio di un mangiapreti che scendeva da un aereo se c’erano a bordo troppe monache e di una madre partigiana nei Gap che non ha mai conosciuto e che l’aveva concepito a vent’anni, stranamente aveva passato tutta la vita o almeno buona parte dedicandosi alle imprese del papa polacco Karol Wojtyla che era anche da me molto amato per via della sua personale resistenza ai nazisti prima e ai comunisti dopo. Perché scrivere della morte di Luca De Mata? Perché farne un motivo di pubblico dolore?

Lo conoscevano a migliaia e non sarò certo io a scoprire la sua cruda e crudele magnificenza, ma ne scrivo e ne piango perché con lui è morto un altro pezzo di una generazione che la tenaglia della morte in arrivo rende sempre più serrata e ne andiamo perdendo i pezzi non tanto o soltanto per l’amicizia, ma perché siamo gli ultimi testimoni di un’epoca di gatti preti comunisti suore rovine magnificenze palazzi arazzi papi colonne documentari, oh! i suoi documentari per la Rai, le sua partecipazioni teatrali con tutti i grandi, la divertita spinta alla competizione che io provavo nel ricordare insieme il poemetto risorgimentale e giovane di un’Italia pronta al colpo di mano nella Roma repubblicana e garibaldina che è La Scoperta dell’America di Cesare Pascarella, una geniale narrazione piena di strafalcioni all’osteria del come realmente fu che Cristoforo Colombo, uni’itajano, approfittando che «in quei tempi lì d’allora, regnava un re de Spagna portoghese, agnede in Portogallo e lì je chiese de poteje parlà p’un quarto d’ora».

Fu così che cominciò. E ci scambiavamo le parti e le battute. Io facevo il monarca munifico e sospettoso: «Sì, p’aiutavve, v’aiuto, fece il re: ma st’America, c’è? ne sète certo?». Era roba per pochi. Laica, ma anche laicamente papale perché ci ricordavamo dei sonetti giudaico-romaneschi di una letteratura di Ghetto e del patriottismo immediato degli italiani ebrei. Luca De Mata aveva prodotto documentari, aveva vinto premi, aveva prodotto e fabbricato programmi per la Rai lavorando con Luca Ronconi, Franco Enriquez, Lina Wertmuller, Luigi Proietti, Michele Placido e Pippo Franco oltre a essere stato regista di una quantità straordinaria di documentari e analisi pubblicitarie, di studi sulla comunicazione anche negli Stati Uniti.

Aveva scritto un libro, Il Pollo, che è un’opera di sue figure e parole e astrazioni e simboli in cui rendeva omaggio alla donna, ma più che altro a sua madre della cui assenza era invaghito. Ci incontrammo nella nuova Fondazione Besso da lui rimodernata e tirata a lucido, perfetta per conferenze e per fare cultura e avevamo una montagna di programmi insieme, ma erano tutti legati e collegati con il suo entusiasmo travolgente e amarissimo. E l’amarezza ci univa ed eravamo due compagni della stessa generazione che si erano finalmente incontrati e che avevano insieme goduto momenti bellissimi nelle sale eleganti e tripudianti della Besso, di cui è stato l’ultimo regista e di cui ora si occuperà la figlia Caterina, che era la sua testimone, quella che lui voleva che salisse sulle sue spalle per aiutarla a vedere più lontano di dove fossero arrivati i suoi occhi.