Agata Scuto è scomparsa nel giugno 2012. Aveva 14 anni, uscì dalla sua casa ad Acireale, in provincia di Catania, e scomparve nel nulla. A dieci anni dalla sua scomparsa i carabinieri hanno fermato l’ex convivente della mamma di Agata ritenuto responsabile dell’omicidio aggravato e dell’occultamento del cadavere, mai rinvenuto, della 22enne.

L’indagine, spiegano gli inquirenti, ha consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza nei confronti dell’uomo in ragione sia del rapporto particolare che aveva instaurato nell’ultimo periodo con la ragazza – la quale non usciva mai di casa da sola, né intratteneva rapporti con altre persone – sia delle falsità delle notizie fornite agli inquirenti dall’uomo circa i suoi spostamenti il giorno della scomparsa di Agata. In particolare, l’indagato avrebbe cercato di inquinare le prove anche ottenendo da conoscenti la conferma del suo falso alibi.

Le indagini sono state avviate nel 2020 a seguito delle notizie acquisite durante la trasmissione “Chi l’ha Visto?” di RAI3, dove una persona, all’epoca non identificata, aveva affermato che il corpo di Agata Scuto – affetta da epilessia e da una menomazione al braccio e alla gamba – era nascosto nella cantina della casa della madre. I Carabinieri di Acireale, avvalendosi anche di nuovi strumenti tecnologici, non avevano trovato il corpo della 22enne né nella cantina né nel terreno circostante l’abitazione familiare. Ascoltati numerosi testimoni, si era passati poi a verificare gli spostamenti dei famigliari della ragazza, tra cui quelli di Rosario Palermo, all’epoca convivente della madre di Agata.

I sospetti si erano concentrati su Palermo in quanto l’uomo aveva instaurato nell’ultimo periodo un rapporto particolare con la ragazza, la quale non usciva mai di casa da sola, né intratteneva rapporti con altre persone. Inoltre, Palermo aveva fornito agli inquirenti informazioni circa i suoi spostamenti il giorno della scomparsa di Agata rivelatesi false: l’uomo, infatti, aveva dichiarato che quel giorno si era recato a raccogliere lumache nella piana di Catania e origano sull’Etna.

Altri elementi acquisiti nel corso delle indagini sono considerate dagli inquirenti gravi indizi di colpevolezza circa la responsabilità dell’uomo per l’omicidio e occultamento del cadavere. Palermo, infatti, parlando da solo all’interno della sua auto, spaventato dal suo possibile arresto, aveva manifestato il timore che il corpo di Agata venisse trovato in un casolare a Pachino, e che si accertasse che la giovane fosse stata strangolata e bruciata, riflettendo sulla necessità, inoltre, di recarsi sul luogo per verificare cosa fosse rimasto del cadavere.

Ad aggravare il quadro indiziario la circostanza che Palermo avrebbe cercato di inquinare le prove, non solo ottenendo da dei suoi conoscenti la conferma del suo falso alibi, ma addirittura predisponendo una complessa messa in scena per simulare delle tracce tali da giustificare la ragione per la quale il giorno della scomparsa di Agata si era gravemente ferito ad una gamba. In effetti, risulta dagli atti acquisiti che il giorno della scomparsa di Agata, l’uomo era rientrato a casa in tarda ora e gravemente ferito ad una gamba, a causa – a suo dire – di una caduta in montagna. Al fine di inquinare le prove, l’indagato – durante le restrizioni alla libera circolazione dovute alla pandemia avrebbe cercato di nascondere in una località sull’Etna un tondino di ferro intriso del suo sangue, tondino che avrebbe voluto fare ritrovare il giorno del suo arresto al fine di dimostrare il suo alibi e la sua innocenza.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.