Per carità, siamo tutti d’accordo. Chi volete che in questo Paese, vocazionalmente conformista, si accodi a Orban o a suoi consimili a proposito dell’omofobia? Salvo qualche aspirante alla lapidazione mediatica, o qualche grullo che non manca mai, è impossibile o quasi che si trovi qualcuno sano di mente che ritenga siano ammissibili atti di discriminazione o peggio ancora di violenza «fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità», come recita il titolo del disegno di legge Zan.

Il tema, però, non è se una legge sia opportuna per prevenire e contrastare simili comportamenti, ma quale legge si debba approvare senza che, per tutelare anche la più minuta diversità sessuale e identitaria, sia messa in pericolo la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa, la libertà di insegnamento di tanti. Si è ricordato nelle polemiche recenti che la Repubblica è uno Stato laico. Ce lo dicono autorevoli e recenti asseverazioni che certo ci tranquillizzano, ma questo non vuol dire che si possa sostituire alla confessionalità di un credo o di una fede, una inflessibile religione della tolleranza assoluta che, a ben guardare, non rinviene spazio e legittimazione in alcuna norma della Costituzione.

Benché una generica e bonaria tolleranza sia largamente predicata e invocata come la nuova religione del Terzo millennio, in verità i Costituenti la tennero fuori dalle porte della Carta. Non la menzionarono affatto nei suoi articoli, preoccupati com’erano dal possibile incedere di un relativismo che poteva minare l’etica repubblicana la quale, invece, si fonda su valori non negoziabili né suscettibili di mediazioni al ribasso. Relativismo e tolleranza non sono sinonimi, né si equivalgono poiché la comprensione e anche la difesa delle altrui convinzioni non può comportarne l’equivalenza con le proprie le quali, in una coscienza rettamente orientata, prevalgono sulle altre per il solo fatto di essere profondamente accettate e vissute da ciascun individuo.

Dopo il 1750 la Francia fu inondata da scritti sulla tolleranza, tra i quali il famoso Trattato sulla tolleranza di Voltaire che riassumeva, si badi bene, la tolleranza nella regola aurea del «non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fatto a sé stessi». Roba scontata si potrebbe dire, ma che con il relativismo ha poco a che vedere. È scontato, è vero, ma a patto che, nel momento in cui si mette mano alla pistola del codice penale, si sia sufficientemente chiari su cosa si intenda sanzionare e su quali condotte si intenda punire. Ed è su questo crinale che la Chiesa italiana sembra aver inteso reagire. Invero a muoversi è stata la Segreteria di Stato, ossia il ministero degli Esteri del Vaticano, uno Stato estero che ha in piedi un Concordato con la Repubblica, ossia un patto che pone vincoli precisi al Parlamento il quale – invece che baloccarsi nella retorica dell’assoluta sovranità legislativa (che non esiste in Costituzione) – dovrebbe ricordare che ha il preciso dovere di far fronte agli obblighi internazionali assunti verso la Santa Sede.

È noioso e didascalico, ma piuttosto che accodarsi al coro di quanti strepitano senza aprire un codice, è bene intendersi almeno su alcuni degli obblighi che la Repubblica ha assunto con il Vaticano in favore della Chiesa italiana e dei cattolici, intesi come singoli. Tra questi spiccano «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare, è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale» (articolo 2, comma 1) e poi «è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

In altre parole, i cattolici presenti nel Paese – siano essi o meno cittadini italiani – usufruiscono formalmente di una tutela rafforzata della propria libertà di manifestazione del pensiero e finanche della propria libertà educativa (articolo 9) che ha fondamento insieme nella Costituzione e nel Concordato. Da questo punto di vista si deve comprendere che il Vaticano non può arretrare neanche di un millimetro su questo crinale e che il Soglio di Pietro opera non a proprio vantaggio, quale Stato straniero, ma in favore della comunità dei cattolici residenti in Italia, della Chiesa che la Repubblica riconosce, nel suo ordine, come indipendente e sovrana (articolo 1).

Roba da sbadiglio è chiaro. Mentre hanno causato una mezza insurrezione alcune autorevoli dichiarazioni che al rispetto di questi patti si sono richiamati. Monsignor Nunzio Galantino, uomo di primo piano delle gerarchie ecclesiastiche italiane, ha detto: «Non è mia competenza, ma penso che si debba stare attenti a non usare formulazioni che nelle mani, e nelle teste, di malintenzionati diventino strumenti di intolleranza». Poi, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede: «La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è».

Qualcuno ha pensato che il cardinale, convenendo sul dato della laicità dello Stato, abbia inteso fare una sorta di marcia indietro, laddove è chiaro che proprio quella laicità impedisce derive verso una sorta di religione neutra della tolleranza che con quella posizione è palesemente incompatibile. Ma non è questo il punto. Entrambi hanno manifestato la preoccupazione che si rimetta ai tribunali il compito di stabilire cosa sia discriminatorio e cosa non lo sia. Una magistratura cui la Santa Chiesa, e non da sola di questi tempi, guarda con circospezione e con un certo sospetto almeno a partire dalla guerra dei crocifissi nelle aule scolastiche che venne vissuta come il segnale di un’intolleranza laicista verso ogni fede religiosa. Al di là dei tecnicismi che possono riguardare le singole norme penali, manca nella legge Zan una nozione chiara di atti discriminatori e, ad esempio, non è evidente se il rifiuto di una scuola confessionale di iscrivere i figli di coppie omogenitoriali possa o meno essere sanzionato penalmente o civilmente.

Non è in discussione se sia un comportamento giusto o ingiusto, condivisibile o deplorevole, quel che conta è se possa portare o meno a un processo. E basta leggere l’articolo 4 per capire che un po’ di cautela non guasterebbe affatto: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti».

A parte il fatto che, per fortuna, quella libertà è «fatta salva» dalla Costituzione e non dalla legge Zan, è davvero singolare che «condotte legittime» sono tollerate alla condizione però che non determinino «il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti». È chiaro che si è fuori da ogni tipicità e che così si affidi ai tribunali un compito immane e preoccupante, ossia quello di stabilire ex post e sulla base di opinioni in gran parte opinabili cosa sia consentito o cosa vietato. Battaglia dura e oltre Tevere hanno il patema di chi sa bene che la fede affonda la propria storia in un processo ingiusto celebrato in una piazza di esagitati.