Il Segretario di Stato della Santa Sede aggiusta il tiro e fa qualche passo indietro rispetto alle critiche della Nota diplomatica vaticana sul disegno di legge Zan. Il Parlamento, chiamato in causa da Draghi (è roba vostra e non del governo), fa finalmente quello che deve: decide di giocare la partita in aula ma anche di trovare l’ennesima mediazione per evitare una conta che potrebbe scappare di mano.

Intanto le tematiche legate all’identità di genere sono l’attualità un po’ ovunque, negli stati nazionali (in Ungheria è passata una legge che vieta la rappresentazione dell’omosessualità nelle scuole), nel Consiglio europeo (sedici paesi hanno dato l’altolà a Orban e ne hanno discusso ieri e oggi nella plenaria e a margine del Consiglio) e negli stadi di Euro 2020 (la Uefa ha detto no a tingere gli stadi con i colori arcobaleno). Il dossier “diritti” si riprende la scena politica, nazionale ed europea, dopo un anno e mezzo di agenda monopolizzata da crisi sanitarie ed economiche. Anche questo è un segnale di ritorno alla normalità.

Il Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin sceglie il web – il sito d’informazione Vatican News – per normalizzare il dibattito sul ddl Zan scappato di mano con quella Nota scritta del 17 giugno veicolata per i canali diplomatici. «Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare la legge Zan», ha spiegato ieri cercando di aggiustare il tiro e smorzare le polemiche. Nessuna ingerenza quindi visto che «siamo contro qualunque atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone per via del loro orientamento sessuale, dell’appartenenza etnica o del loro credo». Esiste invece la «preoccupazione per i problemi interpretativi che potrebbero derivare da contenuti vaghi e incerti». Parolin conosceva la Nota diplomatica che ha incendiato il dibattito, l’aveva approvata in quanto «intervento preventivo proprio per far presenti i problemi prima che sia troppo tardi», prima cioè che il testo diventi legge dello stato quando, a quel punto, «al Vaticano si sarebbe potuto imputare un colpevole silenzio». Non c’è dubbio poi che «lo Stato italiano sia laico e non confessionale come ha ribadito il presidente Draghi con cui concordo pienamente».

Ci sono tanti modi per ammettere un errore e fare un passo indietro. Le parole di Parolin sono uno di questi. Del resto chiedere di “rimodulare” il testo di una legge ancora in discussione «non è in alcun modo un’ ingerenza» e «discutere è sempre lecito». Incidente chiuso? No, perché la Nota verbale vaticana era un documento a uso interno e invece è stato diffuso. Ci sono i regolamenti di conti e diversità di vedute anche in Vaticano, tra la Cei e la Santa Sede E i buoi sono scappati. Parolin si allinea dunque con Draghi, Italia “stato laico” e “Parlamento sovrano”. Non poteva fare diversamente ma averlo fatto pubblicamente è un passo indietro necessario, forse concordato, per spegnere incendi pericolosi. Che però restano braci accese sotto la cenere. Il Parlamento infatti ha deciso di essere protagonista, come ha suggerito Draghi chiamandosi fuori con tutta la squadra di governo da questo dossier. “Tenersene fuori” è la consegna per ministri e sottosegretari.

La partita diventa parlamentare. Il disegno di legge Zan è una proposta parlamentare, figlia di un’esigenza diffusa – aggressioni e bullismo per questioni legate all’identità sessuale marcano ogni giorno le cronache – e in Parlamento va giocata. I quattro partiti del centrosinistra (Pd, Iv, M5s, Leu) hanno deciso di smuovere la palude di veti incrociati di cui il ddl Zan è ostaggio al Senato e il 6 luglio sarà l’aula a decidere la calendarizzazione per il 13. È stato deciso quindi di andare alla conta da cui potrebbe uscire una nuova maggioranza e una nuova opposizione. Una scelta che comporta dei rischi. «Con i voti segreti si può andare sotto oppure stravolgere il testo», ammette Alessandro Zan il deputato Pd, padovano, papà della legge. Che mette in guardia da possibili stravolgimenti: «Il testo votato alla Camera forse non è il migliore assoluto ma nell’articolo 4 abbiamo fatto nostri i dubbi della Santa Sede e blindato la legge rispetto al rischio di reato di opinione».

Rientra nel clima di ricomposizione avviato prima dal premier Draghi e poi dal cardinale Parolin anche la convocazione del Tavolo da parte di Ostellari (Lega), il presidente della commissione Giustizia che ha finora tenuto fermo il ddl. È ancora una volta Zan che mette in guardia perché lo spazio di mediazione è minimo, quasi inesistente. «Le destre vogliono togliere dalla legge il concetto di identità di genere (così come la Nota diplomatica della Santa Sede, ndr) ma così facendo la legge diventerebbe incostituzionale». Sono ben due, infatti, le sentenze della Consulta che nel 2015 e nel 2017 (relatore Giuliano Amato) che definiscono “l’identità di genere un diritto inviolabile”. Attenzione, avverte Zan, «questa non è un testo di legge su materia economiche, non ci può essere lo scambio di figurine tra una parola e l’altra perché qui togliere una parola vuol dire scavare nella carne viva delle persone».

Il margine di mediazione del Tavolo convocato da Ostellari sembra quindi ridotto. «Aggiungo – avverte Zan – che le destre vogliono fare passi indietro rispetto alla legge Mancino per cui gli atti di odio per motivi di razza, genere e credo verrebbero derubricati ad attenuante generica invece che speciale». Il segretario del Pd Enrico Letta non ha dubbi: «Salvini che chiede il confronto non è credibile». Una cosa è certa: in qualunque modo il Parlamento deciderà e potrà uscire da questa sfida, non ci saranno conseguenze per la maggioranza di governo. Chi arma questa minaccia, lo fa per secondi fini. Sono tutti avvisati, Letta, Renzi, le correnti del Pd, i 5 Stelle indecisi, i cattolici di una parte dell’altra. Che sono tanti e trasversali. Col voto segreto, alla Camera, il ddl Zan passò a larga maggioranza. Erano i tempi del Conte 2.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.