Alla fine l’intervento a gamba tesa del Vaticano potrebbe dare una mano all’approvazione del disegno di legge Zan contro l’omotransfobia. La partita, almeno nella sua parte ufficiale, viene chiusa dal premier Draghi in Parlamento come aveva promesso. Per la precisione in Senato, dove il ddl Zan è approdato a novembre scorso dopo il faticoso via libera della Camera. «Il nostro è uno Stato laico e non confessionale», sottolinea il premier, «questo vuol dire che il Parlamento è libero di legiferare e discutere» avendo per altro tutti gli anticorpi per farlo «nel rispetto della Costituzione e degli accordi internazionali». Si chiude così la delicata partita iniziata martedì mattina quando il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia di una Nota verbale della Segreteria di stato Vaticana notificata tramite i canali diplomatici all’ambasciata italiana presso la S.Sede e da qui al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio.

La Nota porta la data del 17 giugno, giovedì della scorsa settimana, e chiede di «trovare una diversa modulazione del testo normativo» del ddl Zan «in base agli accordi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa e ai quali la stessa Costituzione Repubblicana riserva una speciale menzione». Nello specifico, la parte a rischio di “incostituzionalità” (i Patti lateranensi, comprensivi della revisione del 1984, sono in Costituzione) riguarderebbe, secondo la Segreteria Vaticana, «la parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere». Questa parte, avrebbe «l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. La differenza sessuale risponde ad una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina». Tale prospettiva è garantita dai Patti lateranensi. In poche parole, il “genere” deriva “dalla rivelazione divina” e non può essere un concetto “disponibile”. Un intervento a gamba tesa di uno Stato certamente “amico” come il Vaticano su una legge di iniziativa parlamentare e ancora in fase di approvazione.

Un inedito di cui gli stessi vaticanisti non hanno memoria e che è esploso come una bomba atomica nel giorno, martedì, in cui Draghi celebrava con la presidente von der Leyen il via libera ufficiale del Pnrr italiano da parte della Commissione Ue. Nella cerimonia a Cinecittà Draghi aveva rinviato la risposta “che sarà strutturata” perché “la questione è importante”, a ieri, giornata dedicata alle comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo di domani e dopo (tutte approvate a larga maggioranza e tra gli applausi). L’ultimo prima della pausa estiva. All’ordine del giorno il dossier sulla gestione dei flussi migratori su cui però, sebbene il premier rivendichi il fatto che se ne discuta, non ci saranno a breve novità importanti. Né risolutive.

Tutti dunque ieri siamo andati in Parlamento, alla Camera prima e al Senato nel pomeriggio, in attesa della risposta di Draghi. Un’attesa surreale perché nel dibattito a Montecitorio il tema non è stato neppure sfiorato. «È tutto concordato – spiega una fonte Pd – Draghi risponderà al Senato su nostra specifica domanda». A palazzo Madama nel pomeriggio la senatrice Monica Cirinnà (Pd) si presenta con una t-shirt rossa e la scritta: “Some people are gay”. La capogruppo Pd Simona Malpezzi veicola la notizia che ben quattro gruppi (Pd, Iv, Leu, M5s) in serata chiederanno la calendarizzazione del ddl Zan. Per tutto il giorno il disegno di legge è il convitato di pietra del dibattito parlamentare. La domanda, cioè il segnale, arriva in discussione generale, prima della replica di Draghi. L’incaricato è il senatore Alessandro Alfieri che, sebbene con qualche timidezza di troppo, alla fine dell’intervento che parla di Europa, Pnrr, soldi da spendere “tutti e bene”, chiede il rispetto di un principio cardine: «Libera chiesa in libero stato, presidente Draghi. Il Parlamento lavorerà ascoltando, dialogando, con rispetto delle norme nazionali e internazionali ma ispirandosi ai principi della laicità».

La risposta del premier Draghi, attesa da oltre 24 ore e non solo in Italia, rimette le cose a posto. Ben oltre le aspettative che parlavano di “sintesi e mediazione” per non irritare le gerarchie vaticane. «Il nostro è uno stato laico e non confessionale», chiarisce subito Draghi, «il Parlamento è libero di discutere e legiferare» e ovviamente lo fa «nel rispetto della Costituzione e degli accordi internazionali per cui possiede gli strumenti per le verifiche preventive in Parlamento e successive con la Corte costituzionale». È una risposta “strutturata” – come promesso – e abile quando cita proprio una sentenza della Corte Costituzionale del 1989: “La laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali”. E anche di genere, ovviamente.

A riprova di questa “laicità”, Draghi ha voluto sottolineare anche che l’Italia è tra i sedici paesi europei che hanno firmato un documento contro le leggi ungheresi che discriminano rispetto all’orientamento sessuale. «Come vedete il governo segue ma questo è il momento del Parlamento», ha chiuso Draghi. Applausi compatti e sinceri dai banchi del centrosinistra come mai s’erano visti in questi quattro mesi. Draghi ha fatto qualcosa di sinistra. Le recriminazioni del Vaticano sono state derubricate per quello che sono: inopportune. La sinistra lo ringrazia.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.