Il 6 ottobre la Sapienza elegge il nuovo Rettore. Cinque candidati si contendono la guida del più grande ateneo d’Europa per il sessennio 2026-2032. Da luglio, nella campagna è entrato un documento che però non riguarda la didattica, i concorsi o il bilancio: una lettera aperta del Comitato Sapienza per la Palestina, indirizzata ai cinque, che chiede loro di assumere “impegni programmatici, limpidi e vincolanti” su pace, diritti umani e autodeterminazione dei popoli. Tradotto in richieste concrete: che l’ateneo rinunci alla ricerca militare e sospenda le collaborazioni con le università dei Paesi in guerra. Nessuno di quei Paesi viene nominato, salvo due: la lettera parla della situazione in Palestina e negli altri Paesi “sotto attacco israelo-americano”.

La lettera indica due Paesi, mettendo Israele e Stati Uniti fra gli aggressori. Ma nessuno ha mai ipotizzato che la Sapienza sospenda, per esempio, le collaborazioni con le università americane, che pure sono numerose e preziose per un ateneo. Il criterio ne enuncia due, ma il bersaglio praticabile resta uno. Se la richiesta fosse stata circoscritta – sospendere gli accordi con gli atenei israeliani, per queste ragioni – sarebbe stata una posizione politica discutibile ma coerente e onesta, visto che gli accordi in essere sono quelli. La formula generale è aggiuntiva, e sembra avere una funzione solo decorativa.

Questi rilievi, presi insieme, mostrano un dispositivo che dice “tutti” e funziona su uno. È legittimo sospettare che sia un’impalcatura presentabile costruita attorno a un obiettivo già scelto. Quello schema – colpire le istituzioni, non le persone – è la formula del BDS, il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. Un movimento che il Bundestag, nel 2019, ha dichiarato antisemita con una mozione votata in modo trasversale dai principali partiti. E l’antisemitismo, in Italia come in Germania, si misura oggi sulla definizione dell‘IHRA e sui suoi indicatori. Proprio su quegli indicatori il Parlamento, negli ultimi mesi, si è confrontato anche aspramente. Nel novembre scorso il senatore Graziano Delrio depositò un disegno di legge contro l’antisemitismo. Adottava la definizione IHRA e conteneva una norma sulle università passata quasi inosservata: docenti e dipartimenti svolgono ricerca anche in collaborazione con studiosi e dipartimenti di altri atenei italiani e stranieri, e le università tutelano, garantiscono e promuovono l’esercizio di quell’attività. Un argine al boicottaggio accademico.

Anche grazie a quelle polemiche un po’ pretestuose, il suo testo non è mai arrivato in Aula, e il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge Romeo. Della parte sulle garanzie è rimasto solo un invito a favorire ricerche e collaborazioni con istituzioni universitarie italiane e straniere e a prevenire proprio “ogni forma di preclusione o intolleranza”, relegato nella Strategia nazionale. La definizione IHRA, invece, non solo è sopravvissuta, ma quegli stessi indicatori vi sono stati inseriti in modo esplicito. Se fosse passata la norma Delrio, la lettera del Comitato sarebbe stata inutile prima ancora che discutibile. Nessun candidato al rettorato può impegnarsi in campagna elettorale ad adottare una delibera che il primo accademico danneggiato porterebbe davanti al giudice amministrativo. Il testo è ora all’esame della Camera. Ma la lettera chiede oggi di sospendere collaborazioni che esistono, e a pagare il prezzo di questo attacco ideologico sarebbe chi quelle collaborazioni le fa.