Ha seguito da Budapest la conclusione della campagna elettorale, Andrea Carteny, professore associato di Storia delle relazioni internazionali alla Sapienza di Roma, studioso dell’Europa centro-orientale e dei nazionalismi, analista delle dinamiche geopolitiche tra Unione Europea, Russia e spazio post-sovietico.

Professore, la vittoria di Peter Magyar segna davvero la fine dell’era Orbán o rischiamo una transizione solo formale?
«Magyar mostra una chiara volontà di smantellare il sistema orbaniano. La maggioranza dei due terzi gli consente modifiche costituzionali decisive, evitando una “vittoria di Pirro”. L’architettura dello Stato, profondamente rimodellata negli anni del Fidesz, rischierebbe altrimenti di restare ingovernabile. Le priorità — lotta alla corruzione, ritorno pieno in Europa e nella Nato, ridefinizione degli equilibri istituzionali — indicano un cambio reale. Anche la richiesta di dimissioni del presidente Sulyok segnala la volontà di rifondare il sistema di potere».

Magyar viene da dentro Fidesz: è una rottura autentica o un’evoluzione interna?
«La rottura è evidente, pur dentro una traiettoria che nasce nel Fidesz. Dopo la fuoriuscita nel 2024, Magyar ha costruito Tisza portandolo rapidamente al 30% alle europee, con una rappresentanza significativa a Bruxelles. Ha radicato il movimento nei territori e tra élite locali, intercettando il distacco tra Fidesz e società reale. Resta una componente di trasformismo, fisiologica in queste fasi di transizione politica».

Possiamo parlare della nascita di una nuova destra europea, conservatrice ma europeista?
«Un vento di cambiamento si avverte chiaramente. La mobilitazione popolare, soprattutto tra giovani e società civile, segnala una domanda di rottura ormai improcrastinabile. Si apre uno spazio per una destra conservatrice ma europea, identitaria ma non sovranista, capace di parlare a un elettorato ampio. Manca però una sinistra strutturata, rimasta schiacciata dal voto utile contro Orbán e oggi assente in Parlamento».

Il risultato ungherese ridimensiona l’asse costruito da Orbán con Putin e il mondo trumpiano?
«Sì, e in modo netto. Gli slogan anti-russi, come “russi a casa”, e il clima elettorale indicano una svolta nella postura internazionale. I rapporti con Mosca diventeranno più difficili, anche alla luce delle tensioni emerse già in campagna elettorale. Parallelamente, quelli con Washington saranno ricalibrati su basi più istituzionali e meno personali. Il ritorno a una linea atlantista, anche nel quadro Nato, appare la soluzione più probabile».

Magyar avrà la forza di riformare davvero istituzioni e assetti costituzionali?
«Il sistema costruito da Orbán è solido, con legami politici e familiari consolidati. Tuttavia, la possibilità di intervenire sulla Costituzione rappresenta il vero snodo. Ci sarà una fase di resistenza, ma nel tempo potrebbe trasformarsi in adattamento e ricambio delle classi dirigenti».

Che impatto può avere questo voto sugli equilibri europei e sul ruolo del PPE?
«Si rafforza l’ala conservatrice dei popolari, già sensibile a temi come immigrazione e sicurezza. L’Ungheria rientra pienamente nel gioco europeo e cercherà un ruolo negoziale, anche in asse con altri Paesi dell’Europa centro-orientale a guida conservatrice».

Quale lezione per la politica italiana e per il centrodestra?
«Il caso ungherese resta peculiare, ma indica che il sovranismo illiberale perde una pedina centrale nel network internazionale trumpiano. Emerge una destra che vince per tornare in Europa, contro Putin e su posizioni di cooperazione regionale. Un modello che può diventare riferimento nel dibattito europeo, anche per l’Italia».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.