È difficile ma non improbabile che Filippo Tommaso Marinetti abbia addentato una mela in una delle sale del Caffè Aragno, locus mondano-culturale della Capitale tra fine Ottocento e prima metà del Novecento. Ma, per quanto futurista e avanguardista, quel dinamitardo della Tradizione non avrebbe mai immaginato che un secolo dopo la Mela, per quanto smozzicata nel logo global di Apple, si sarebbe mangiata il Caffè per allocarvi uno store che la pubblicità annuncia come uno tra i più grandi, se non il più grande d’Europa.

Nel centro che più centro non si può di Roma, dalla fine di maggio è entrata fra le mura di Palazzo Marignoli un’astronave asettica, i marmi alleggeriti dalla luce che arriva dai finestroni, le consolle e i tavoli di legno che mettono in mostra il campionario di un brand con cui il profeta Steve Jobs ha trasformato la potenza dell’informatica in una linea glamourosa di attrezzi della cui indispensabilità ci ha convinto e che, dunque, corriamo a comprare per riempirne a tempo ormai quasi pieno la nostra quotidianità. È quanto meno significativo questo approdo, un evento se solo si considera la storia del sito in cui il mega-shop ha preso posto, ma ancor più per il carico simbolico che porta con sé, per Roma e per il Paese preso nel guado che si spera ci conduca al di là dell’emergenza segnata dal brand anch’esso global ma mortifero e pandemico del Covid. Intanto, partiamo dalla Storia di cui nessuno, si dice, garantisce la direzione, e che però a metterla in fila qualcosa ci fa sapere.

Il Caffè Aragno era chiuso da alcuni anni e negli anni Cinquanta aveva issato uno dei marchi più familiari del panettone milanese, l’Alemagna preso nella disfida da Italia del Boom con Motta. Archeologia, ancor più se si ricorda che il Caffè aveva occupato una parte del piano terra del Palazzo fatto costruire tra il 1878 e il 1883 dal deputato e senatore nonché marchese Filippo Marignoli. Quell’angolo l’aveva preso in affitto il torinese Giuseppe Aragno per allestirvi a un passo da Piazza Colonna e dai palazzi del potere, il porto accogliente per i notabili della politica e, poi, per quel bestiario giornalistico-letterario-artistico che tra i Venti e i Trenta vide bene di raccogliersi in una saletta che Leo Longanesi ribattezzò non si sa con quanta dell’ironia che pure non gli faceva difetto «Sancta sanctorum della letteratura, dell’arte e del giornalismo». Ancora prima del palazzo, sempre per seguire a ritroso una storia che qualcosa insegna, lì sorgeva, dal 1520, un monastero per prostitute pentite e vocate a una redenzione che avrebbero raggiunto seguendo la Regola agostiniana imposta dalla Confraternita di San Girolamo.

Insomma, un bel giro, un monastero per risanare i perversi costumi del centro della cristianità, un caffè per la conversazione di quell’Italia borghesuccia, retorica e, nonostante la Capitale, velleitaria e provinciale che usciva dal Risorgimento e camminava senza troppi slanci nella modernità, e adesso il tempio di un Deus della Tecnologia dell’immateriale. Vedi l’involucro ottocentesco del palazzo e non immagini che dietro le mura il sancta sanctorum accolga mac, smartphone, iPad, watch, air-pods.., il nuovo rosario rigorosamente english dei fedeli della Mela che garantisce everywhere l’accesso al mondo on-line. A ogni epoca il luogo che la faccia riconoscere e dica della vita vissuta, anche quando questa viene risucchiata in una dimensione parallela che attraverso protesi fascinose e seducenti attecchisce al corpo-testa in un incastro i cui confini sono sempre più labili.

Il neo-Deus è duttile, trasversale e metamorfico. Penetra nelle pareti di un Palazzo umbertino e lo rimodula con restauri che svuotano, dilatano gli spazi, senza porte e con finestre a tutta altezza, pilastri e uno scalone di marmo che perdono consistenza e lievitano verso l’immateriale, dove galleggiano senza tempo su un soffitto bianco come tutto il resto l’Alba e il Crepuscolo affrescati da Pietro Cipolla e Ettore Ballerini all’inizio del Novecento, l’eleganza degli stilizzati graffiti urbani di Afro Basaldella o un soffitto a cassettoni dorato e intarsiato fin de siècle. Si è allestito questo tabernacolo un Deus che ormai non ha limiti perché come quello sive Natura di Baruch Spinoza punta a coincidere con il mondo, a rinchiuderlo nell’immensità della sua rete, resa familiare e confortevole grazie a una schiera di strumenti-gadgets dall’appeal irresistibile, che continuano a rigenerarsi sottoponendo alla schiavitù della moda di se stessi. È successo così sugli Champs Élysées, al Covent Garden o alla Carnegie Library di Washington, i dominus del bit costruiscono il loro/nostro spazio-tempo e sanno come ricondurre a sé anche il genius loci mantenendo i segni di una storia che fu.

Un’astronave, ho detto, in una via del Corso diventata uno shop ininterrotto in cui atterra l’ultima frontiera della merce, non solo oggetto ma espansione psico-fisica e porta d’accesso al nuovo Eden in cui si può addentare una mela senza cadere nel peccato. Atterra nella via-vetrina dove i teens hanno espropriato i marchi adulti dell’alta moda e dell’artigianato di qualità, e s’inaugura in un momento inevitabilmente simbolico, quando cioè il paese sta mettendo alle spalle la clausura, riapre e prova, come si dice, a ripartire. Fosse anche una coincidenza, si carica di un significato che ognuno può leggere come meglio crede, l’invadenza delle Big Tech, la perdita d’identità del centro storico, la Cattedrale dei nuovi talismani che digitalizzano la vita.. A me pare una provocazione potente che dice di un investimento consistente di un colosso multinazionale in un Paese che non ne accoglie molti, di una strategia che mentre governa l’immateriale sa ricostituire a sua immagine e somiglianza l’analogico, in questo caso un Palazzo del Centro Storico, di un segnale lanciato alla parte più giovane del Paese a cui offre la sua visione del futuro, pratica, efficiente, ludica, attraente.

Ne conosciamo le ambiguità, sappiamo quanto sottile sia il confine tra il controllo e la libertà che viene promessa, tra la simulazione e la realtà delle cose e dei comportamenti, tra la virtualità che sembra felice dei bit e la durezza della vita, tra il cinismo dell’impero economico e la felicità del consumo. E, tuttavia, questo tempio alieno così largamente domestico e atteso dalla folla dei devoti-utenti muove il panorama e costringe, deve costringere a un confronto, consapevole, lucido, attrezzato, laico come la storia in cui si inserisce e che non finisce. La storia che svolta, imprevedibile, e che mentre ci porta, ci ricorda che non siamo solo passeggeri inerti applicati a un telefonino.