Alex Schwazer non si dopava. I campioni di urina nel 2016 furono alterati. Un incubo durato 5 anni, una carriera macchiata e terminata anzitempo (otto anni di squalifica) per l’ex marciatore, oggi 36enne, che alle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, conquistò l’oro nella 50 chilometri.

“Archiviazione per non aver commesso il fatto” questa la decisione del gip del Tribunale di Bolzano al termine del processo di primo grado.  Il giudice Walter Pelino ha accolto la richiesta del pm contestandone la tesi di “opacità” da parte della federazione mondiale di atletica leggera e della Wada (l’agenzia mondiale antidoping) nelle analisi che portarono alla positività e alla relativa squalifica di  Schwazer.

Il gip ritiene “accertato con altro grado di credibilità” che i campioni di urina nel 2016 furono alterati per far risultare l’atleta positivo.

Dopo il controllo del primo gennaio 2016, le provette vennero analizzate nel laboratorio antidoping di Colonia, in Germania dove rimasero dal 2 gennaio 2016 fino al febbraio 2018. Una decisione che costò a Schwazer la partecipazione alle Olimpiadi di Rio de Janeiro in Brasile.