“Gli effetti della guerra in Ucraina sulle imprese dei settori direttamente colpiti dalle sanzioni sono stati devastanti. Tra aumenti del prezzo delle materie prime, difficoltà di approvvigionamento delle forniture e rincari del costo delle bollette energetiche, cresciuto fino a 6-7 volte, il sistema industriale italiano è a rischio paralisi. Occorre intervenire con determinazione: in momenti eccezionali c’è bisogno di misure eccezionali, più incisive e strutturali”. Pasquale Lampugnale, vicepresidente nazionale di Piccola Industria Confindustria con delega ad Economia, Fisco e Finanza, nonché presidente regionale dell’associazione per la Campania, spiega in questa conversazione con Il Riformista perché Confindustria non è soddisfatta delle misure adottate nei giorni scorsi dal Governo per affrontare i rincari.

“In un mercato energetico trasparente – afferma – il prezzo finale per il cliente deve essere legato al costo delle forniture, e non alle oscillazioni delle speculazioni quotidiane. Non voler effettuare un taglio strutturale delle accise sui carburanti, porterà solo a una leggera riduzione di pochi centesimi per litro, per lo più di soli 30 giorni, con un effetto sul prezzo finale al consumo ben inferiore agli aumenti in corso. E a breve, considerata la rilevanza dell’aumento dei costi dell’energia, avremo anche l’effetto finale di rincari nei supermercati e inflazione sui beni di prima necessità. Anche il sistema fiscale che grava sui prodotti energetici – continua Lampugnale – va reso lineare e trasparente. Imposte che raddoppiano il costo del carburante attraverso accise accumulate nel corso di decenni, peraltro slegate dalla situazione attuale, sono fuori da ogni logica. Che senso ha, per esempio, continuare a pagare accise su eventi come la crisi di Suez del 1956 o sulla ricostruzione post-alluvione di Firenze del 1966? E gli esempi potrebbero continuare. Facciamo piuttosto come il Portogallo – suggerisce il numero uno delle piccole imprese – il cui governo ha pensato alla riduzione dell’aliquota IVA dal 23% al 13%. Inutile, poi, intervenire con sconti e ristori limitati nel tempo se i prezzi resteranno alti a lungo. Per quanto riguarda poi la rateizzazione delle bollette di maggio e giugno, essa è accompagnata da garanzie pubbliche sui prestiti contratti per far fronte ai maggiori costi delle imprese: il meccanismo quindi non è immediatamente applicabile e finisce con il generare indebitamento per gli operatori senza incidere subito sul costo dell’energia per il settore industriale. Il calcolo sulla base di indici presuntivi sull’IVA dei cosiddetti extraprofitti di chi importa e fa trading energetico, infine, si espone al rischio di impugnative costituzionali. Servirebbe piuttosto un price-cap al prezzo del gas. Bisogna, in sintesi, sganciare il valore dell’energia elettrica da fonti rinnovabili dal prezzo del gas. Per tutti questi motivi – riassume Lampugnale – dobbiamo puntare a strategie di riduzione dei consumi energetici dell’industria che siano discusse, condivise e sostenibili, e non a scenari astratti e irraggiungibili. Il Paese deve definire in tempi rapidi un vero e proprio Piano Energetico nazionale che preveda un nuovo mix di forniture, acceleri il prelievo di gas, riattivi gli investimenti previsti sui rigassificatori, e ancora realizzi impianti di fonti rinnovabili sbloccando nell’interesse nazionale gli iter autorizzativi oggi troppe volte bloccati”.

Anche Il PNRR potrebbe essere parzialmente rimodulato per sostenere gli investimenti in campo energetico, ma è necessario procedere velocemente con le riforme di accompagnamento previste, prima fra tutte quella sul fisco intervenendo strutturalmente sul cuneo fiscale. “Visto il diverso impatto del costo dell’energia nei vari Paesi europei – conclude Lampugnale, lanciando un ulteriore allarme – le imprese italiane sono quelle la cui competitività è maggiormente a rischio. Speriamo che il Governo italiano possa avanzare, insieme con Spagna, Portogallo e Grecia, misure di intervento comune e strutturale”.