Non è autocombustione. Se “la ricca oasi felice dell’America latina” brucia perché le danno fuoco, se da settimane migliaia di persone ogni notte scendono in strada e incendiano tutto ciò che incontrano, se i primi cinque giorni l’hanno fatto sfidando il coprifuoco e novemila militari in strada, il dubbio che l’oasi non fosse felice potrebbe pure venire. Invece no. Venti morti, migliaia di arresti e una manifestazione di un milione di persone contro il governo di centrodestra di Sebastian Piñera non sono sufficienti a rompere il cliché dell’eccezione cilena, l’illusorietà del modello del paese ricco del Cono sur cresciuto negli ultimi dieci anni a grandi balzi, il 2,5% anche quest’anno. Nessuno si chiede sulle spalle di chi. Undici milioni dei 18 milioni di cittadini cileni risultano titolari di debiti. Dato pubblico e stranoto. Il costo di un appartamento a Santiago è salito fino al 150% negli ultimi dieci anni, i salari invece del 25%, dato dell’Università cattolica. Le entrate del 10% più ricco della popolazione sono di 40 volte più alte di quelle del 10% più povero (fonte: ministero per lo sviluppo sociale). Eppure “misterioso y sorprendente” è il caos di Santiago anche allo sguardo acuto di Mario Vargas Llosa che spiega, insieme ad altre decine di analisti, come l’esplosione cilena sia di tipo europeo, una protesta borghese più simile ai gilet gialli francesi che a quella contro il caro prezzi che spesso infiammano le grandi città latinoamericane. Una rivolta, dato altrettanto stranoto, nata però contro il caro biglietti della metropolitana. Forse una rivolta finanziata da provocatori chavisti venezuelani, insinuano alcuni. Perché “misteriosa e sorprendente”? Per una ragione obiettiva, dicono. “Perché il Cile è l’unico paese latinoamericano che ha dato battaglia con efficacia al sottosviluppo ed è cresciuto in questi anni in modo stupefacente. Potere d’acquisto di 23 mila dollari a testa, secondo la Banca mondiale” (Vargas Llosa).

Eppure sarebbe bastato seguire una qualsiasi delle interminabili assemblee universitarie delle proteste che negli ultimi anni puntualmente hanno alzato barricate in Cile per sentire, a ogni capannello, ragazzi non ricchi, furiosi, chissà se tutti pagati dai chavisti venezuelani (che non hanno soldi ormai nemmeno per gli antibiotici e curano le infezioni con il paracetamolo, figurarsi per fare gli agit prop fasciati di dollari) dire: “Non è vero che siamo un paese ricco. Siamo un paese con alcuni ricchi e moltissimi poveri”. Vanno all’università, ma sono poveri figli di poveri che studiano e lavorano rimanendo poveri. Alcuni fanno letteralmente la fame. E il futuro non gli si prospetta migliore di quello dei loro genitori. Quei 23 mila dollari non entrano nelle loro tasche. Il modello economico adottato a Santiago ha enormi costi sociali. Ed è quello, spietato, voluto da Pinochet. La scuola è quella di Pinochet, la sanità è quella di Pinochet, le pensioni sono quelle di Pinochet. Il grande problema cileno è da decenni la grande forbice tra ricchi e poveri. La fine della dittatura non solo non l’ha risolto: non l’ha proprio affrontato. Perché in Cile nel 1990 è finita la dittatura, non il pinochettismo. Pinochet ha vinto nella società, nell’economia, nella testa della gente. Non è un problema della destra soltanto, né di quella presentabile dell’imprenditore Piñera né di quella cavernicola (così l’ha chiamata tempo fa Vargas Llosa) dei neonazi che banchettano in Cile. Perché 24 dei 29 anni post dittatura sono stati governati da un centrosinistra civile e per bene che non ha potuto scalfire la gabbia atroce nella quale la rivoluzione capitalista di Pinochet ha imprigionato il Cile. I risultati di quel laboratorio economico e sociale che fu il regime di Pinochet – quell’alleanza tra militari, imprenditori locali e grandi capitali esteri, quella singolare convergenza che usò (o fu usata da) i militari cileni per realizzare una rivoluzione capitalista, di puro modello liberista, che nemmeno nelle lavagnette dei Chicago boys avrebbe potuto essere meno sfumata – paiono godere tuttora dello sguardo benevolo di intellettuali indubbiamente liberali. È quasi incredibile la cecità di fronte alla spietatezza del modello e alle ferite che provoca. La differenza sociale mostruosa in Cile è perpetuata dal funzionamento perverso del modello di studi universitari adottato finora. Un laureato entra nel mercato del lavoro con 30 o 40 mila dollari di debito da restituire alle banche che gli hanno erogato il prestito scolastico per accedere alle prestigiose università di Santiago. Altrettanto discriminatorio è il sistema di previdenza sociale. Il mito dei fondi pensione cileni, osannato in mezzo mondo negli anni Novanta come modello da imitare, si è sgretolato per fattori demografici ed economici. Il modello dei fondi pensione si è rivelato nel tempo una trappola. L’errore consiste nella sovrastima della capacità di contribuzione: le pensioni pagate dal sistema Afp (quello dei fondi pensioni) sono state in media di 100 dollari al mese e il 50% di chi ha aderito non arriva neppure alla pensione minima costringendo lo Stato a integrarle. Da qui la necessità di intervenire con fondi pubblici che mitigassero i disastri sociali ed economici dell’esperimento. Anche perché il sistema Afp prevedeva 20 anni di contribuzione che nessuno è riuscito ad ottenere. Solo il 10% di chi ha aderito ai fondi è stato in grado, negli ultimi due decenni, di effettuare versamenti regolari dodici mesi all’anno. Il Cile è un Paese abituato ad avere una delle economie più dinamiche della regione e durante il primo governo di Piñera (2010-2014), poi rielletto nel 2018, è cresciuto in media del 5,3% l’anno, rispetto alla media del 3,3% del primo mandato presidenziale (2006–2009) della socialista Michelle Bachelet.

Ai ricchi imprenditori cileni, nonostante la poca belligeranza nei loro confronti del centrosinistra dal 1990 in poi, non sono piaciute molte cose della Bachelet. Soprattutto non è piaciuta la riforma fiscale che ha aumentato l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società dal 24% al 27% e ha reso, dicono loro, “più complicato il sistema tributario”. La loro insofferenza s’è sommata al malcontento tra i poveri (quelli che vanno all’università indebitandosi per una vita e quelli che all’università hanno rinunciato in partenza). È stato così che le ultime presidenziali hanno riaperto le porte del palazzo della Moneda a Piñera e a parte di quella destra cavernicola che Piñera sa blandire all’ora di dover raccogliere voti per vincere. La stessa che ha voluto lusingare dichiarando il coprifuoco all’inizio della rivolta. Mai, nessun governo dopo la fine del regime aveva osato pronunciare la parola coprifuoco. È come far aleggiare il fantasma del defunto dittatore sulla testa di chi protesta. Un ricatto, una minaccia considerati finora una via impraticabile, intollerabile per la società cilena. Piñera l’ha fatto. La scelta gli si è rivoltata contro. La folla inferocita ha continuato a scendere in strada, incappucciata, nonostante il coprifuoco finché il coprifuoco è stato ritirato. La gabbia non s’è rotta, ma è stata incendiata.

Angela Nocioni

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