Nei primi sei mesi del 2021 nelle carceri della Campania ci sono stati 2.227 nuovi ingressi dalla libertà. Vuol dire 2.227 persone che erano libere, quindi senza alcuna misura cautelare a loro carico, sono finite in una cella perché avevano residui di pena da scontare o perché accusate di aver commesso reati. Pure a voler considerare che una parte di queste persone sia accusata di crimini particolarmente gravi, il dato sui nuovi arresti colpisce perché 2.227 nuovi detenuti nei primi sei mesi dell’anno equivalgono al 34% della popolazione attualmente detenuta nelle 15 strutture penitenziarie della Campania. Una percentuale non da poco, se si considera che il sovraffollamento è ancora il primo dei gravi problemi irrisolti del sistema penitenziario e la pandemia da Covid è ancora in atto.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 30 giugno, nelle celle dei vari istituti della regione ci sono al momento 6.413 detenuti a fronte di una capienza di 6.107 posti. I 2.227 nuovi reclusi rappresentano, quindi, circa la terza parte della popolazione carceraria della Campania. Se, nella prima fase della pandemia, il numero degli arresti aveva subìto un lieve calo, adesso si assiste a una nuova ondata di manette. Posto che Napoli e la sua provincia sono territori ad alto tasso criminale, si tratta davvero di arresti inevitabili? Cioè il carcere, in questi oltre 2mila casi, era davvero l’extrema ratio oppure si sta tornando a un uso smodato della custodia cautelare? «Sicuramente in questo dato c’è una percentuale meritevole di arresti, ma le statistiche dicono che in cella ci sono ancora molte, troppe persone alla prima esperienza carceraria, in attesa di giudizio e che probabilmente saranno condannate a una pena che non si dovrà nemmeno espiare in cella ma facendo ricorso alle misure alternative», spiega Alfredo Sorge, penalista e consigliere dell’Ordine degli avvocati di Napoli.

Ma perché è così difficile il ricorso alle misure alternative? «Sicuramente alla base c’è una tendenza di natura culturale, legata al rispetto di una tradizione sbagliata: anticamente le misure alternative non c’erano, sono state una conquista raggiunta gradualmente. Tuttavia, nonostante si sia dimostrato che sono più efficaci come deterrente e nonostante il ventaglio di ampie misure che possono essere emesse anche congiuntamente, si continua a ricorrere al carcere come prima soluzione sicché quella che dovrebbe essere l’eccezione diventa la regola». Una prassi che non fa che alimentare la delinquenza, perché chi è stato in carcere torna a delinquere con più frequenza rispetto a chi è stato sottoposto a misure alternative, e gravare sul sovraffollamento. «Il sovraffollamento – spiega l’avvocato Sorge – è un problema che non è mai stato seriamente affrontato. Non si coglie appieno la possibilità di irrogare misure alternative». «Un grande passo in avanti – aggiunge il penalista affrontando il tema della riforma – è lasciare che sia il giudice di merito a decretare quale misura adottare per l’espiazione della pena. In questo modo si eviterebbe il lavoro non proprio felice del Tribunale di Sorveglianza. Chi meglio del giudice che ha vissuto il processo è in grado di dire se l’imputato deve essere condannato agli arresti domiciliari, a una misura alternativa o al carcere?»

«Il carcere – conclude Sorge – non serve a nulla, è fonte solo di ulteriore recidiva e, in questo preciso momento storico, rischia pure di alimentare la diffusione del coronavirus». (viviana lanza)

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).