Emanuele Anzini, appuntato scelto dei Carabinieri, fu travolto e ucciso nella notte tra il 16 e il 17 giugno 2019 mentre stava lavorando in un posto di blocco a Terno d’Isola. Aveva solo 41 anni. Ha lasciato la figlia Sara di appena 19 anni. Al volante c’era Matteo Colombi Manzi, 34 anni, di Sotto il Monte, arrestato con un livello di alcol cinque volte superiore al limite consentito (la Polizia stradale registra 2,97 grammi per litro a fronte dello 0,50). Il 14 febbraio ci sarà la sua udienza preliminare. L’imputato ha scelto per il rito abbreviato: deve rispondere di omicidio stradale e guida in stato di ebbrezza. L’Arma dei carabinieri aveva chiesto di costituirsi parte civile ma la Presidenza del consiglio dei ministri, su parere dell’Avvocatura dello Stato, non l’ha autorizzata. Oltre alla famiglia si sono costituiti anche l’Associazione italiana familiari delle vittime della strada e l’Associazione sostenitori e amici della polizia stradale. La figlia di Anzini, Sara, di 19 anni, sarà in tribunale. La morte del padre è stata una ferita profonda che la ragazza non potrà mai dimenticare. Vuole diventare carabiniere anche lei, seguire le orme di suo padre e adesso grida a gran voce “giustizia”, per il suo “papi”, affinchè non succeda mai più. Lo fa in una lettera spedita al Corriere della Sera.

Scrive la lettera per esprimere tutto il suo dolore, la rabbia, “il mio sentirmi privata per sempre dell’amore di mio padre e questo sempre pesa come un macigno visto che ho solo 19 anni”. I due vivevano separati da chilometri di distanza ma adesso, dopo essere riuscita a sostenere l’esame di maturità pochi giorni dopo la morte del padre, avrebbe avuto la possibilità di ricongiungersi con lui. “Incominciavo a sentire sempre più forte il bisogno di averlo accanto a me, ma purtroppo come tutti sappiamo questo non sarà più possibile”, scrive.

“Non avrei mai pensato che a 18 anni il mio giovane papi di soli 42 anni se ne sarebbe andato via per sempre da me – continua nella lettera al Corriere della Sera – Per colpa di chi non ha avuto rispetto di sé stesso, per colpa di quel piede troppo premuto sull’acceleratore, per colpa di quel troppo alcool nel sangue, per colpa del suo ‘Non mi sono accorto di niente’, la mia vita da quel giorno è diventata niente. Continuo ad immaginare i due fari della macchina che gli vanno incontro e i suoi bellissimi occhi che guardano per l’ultimo istante questa vita, che in una frazione di secondo si è trasformata in morte”.

Sara sottolinea che il padre stava facendo solo il suo lavoro per proteggere gli altri ma non è riuscito a proteggere se stesso. Vuole giustizia affinchè non ci siano più persone che si mettono al volante ubriachi fragandosene dei rischi. “So che parlo con il cuore e non con le leggi ma forse è ora che queste leggi incomincino a fare paura, che queste persone prima di bere e mettersi al volante sappiano che non saranno graziati – conclude – Io voglio che mio padre non muoia una seconda volta, che chi ha distrutto la mia vita abbia una pena esemplare per chi ogni giorno, senza rispetto per gli altri e certo di cavarsela con poco, si mette al volante ubriaco”.