In Campania solo 1.710 detenuti su 7.872, meno del 22 per cento, sono impiegati in attività lavorative. E una quota ancora più esigua, pari a 133 persone e quindi inferiore al 2 per cento, presta servizio in imprese o in cooperative esterne agli istituti di pena nonostante gli sgravi fiscali e contributivi previsti per l’assunzione di chi è recluso. Con buona pace della Costituzione, secondo la quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, e di quanti, dopo aver espiato la pena, intendano reinserirsi nel mercato del lavoro. Ecco il quadro che emerge dai dati raccolti dall’Osservatorio regionale per le persone private della libertà personale e diffusi stamane a Napoli, nel corso del convegno su carcere e lavoro organizzato dal Garante dei detenuti della Campania.

Emblematico il caso di Poggioreale dove si contano 346 lavoranti, tutti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, su una popolazione detenuta che supera le 2mila e 300 unità. Poco brillante anche la performance di Santa Maria Capua Vetere: 213 persone impiegate nel lavoro inframurario e dieci in quello extra-murario a fronte di 966 presenze. Tra gli istituti più virtuosi figurano quello di Sant’Angelo dei Lombardi, con i suoi 98 lavoranti su 176 presenze, e la casa circondariale di Lauro, dove risultano impiegate otto madri su 12. “L’attività lavorativa e la formazione professionale all’interno degli istituti di pena rappresentano le strategie attraverso le quali l’ordinamento intende dare attuazione al principio del finalismo rieducativo – ha sottolineato Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania – Su questo fronte resta ancora molto da fare“.

Quali sono le strategie per favorire l’accesso dei detenuti al mercato del lavoro? “Stiamo operando – ha chiarito Antonio Fullone, provveditore campano dell’amministrazione penitenziaria – per far sì che il lavoro all’interno delle carceri sia riconosciuto e spendibile all’esterno“. Negli istituti di pena regionali, infatti, si svolgono corsi di formazione per cuoco, barman, pizzaiolo, meccanico, fruttivendolo, parrucchiere, massaggiatore, operatore del servizio ai piani e altre figure professionali. Senza dimenticare la convenzione con l’ateneo Federico II che ha già consentito a 79 detenuti di iscriversi a corsi universitari. Per Vittorio Ciotola, presidente del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali, non basta: “Ben venga la certificazione delle competenze professionali, a patto che i detenuti vengano formati non solo per svolgere lavori tradizionali ma anche per affrontare le sfide della tecnologia“.

Ciriaco M. Viggiano