Ha chiesto la detenzione domiciliare per ragioni di salute e pericolo di contagio da Coronavirus. Cesare Battisti vive nel carcere di Oristano, sepolto in un buco nero, in un isolamento totale che nessun tribunale ha mai stabilito. I primi sei mesi, dopo l’arresto del gennaio 2019, erano in realtà previsti dalla sentenza che lo ha condannato all’ergastolo per quattro omicidi, ma l’anno successivo no. «Non si può vivere senza poter mai neanche parlare con nessuno – dice il suo legale, l’avvocato Davide Steccanella – queste sono forme di tortura». È un fatto apparentemente casuale, la condanna per fatti di terrorismo che l’amministrazione penitenziaria classifica con la sigla AS2. Poiché a Oristano non ci sono altri detenuti con quella classificazione, lui è destinato al silenzio di una tomba. Se lui esce per l’ora d’aria, per dire, gli altri devono rientrare. Neanche lui fosse un appestato. Il coronavirus ha fatto il resto.

L’avvocato non lo vede da due mesi, l’ha sentito al telefono per pochi minuti (poi cade sempre la linea) giusto ieri mattina. Ma un mese fa lui è riuscito ad avere una comunicazione via Skype con il suo bambino brasiliano di cinque anni. Ha paura di essere dimenticato, tiene molto a mantenere la relazione, anche se da lontano e via etere. Le altre due figlie parigine e ormai adulte sono andate a trovarlo e così suo fratello che con la moglie si è offerto di ospitarlo qualora Battisti riuscisse ad avere la detenzione domiciliare. Non sarà facile, con il clima che si respira, nonostante siano ormai lontani gli anni sia del terrorismo che delle stragi di mafia. Pure si cerca sempre qualcuno cui farla pagare. «Gli rimproverano la latitanza», sospira l’avvocato Steccanella. Battisti è evaso insieme ad altri nel 1981. Dei suoi compagni del Pac (Proletari armati per il comunismo) in carcere non c’è nessuno. E neanche delle migliaia di giovani che negli anni Settanta ebbero la tragica idea di prendere le armi, si chiamassero Brigate rosse, Prima linea o altre sigle minori, come appunto i Pac.

Certo, lui non è più lo spavaldo rapinatore che aderì in carcere alla lotta armata, né lo scrittore di noir vezzeggiato nei salotti intellettuali parigini e neppure il fuggiasco sudamericano. Oggi Cesare Battisti è, a sessantacinque anni, la somma di tutto ciò e anche qualcosa di più. È un uomo anziano, un pensionato, se non fosse in carcere, malato e preoccupato per un possibile contagio da Covid-19. Pur nella sua situazione appartata con la classificazione di alta sicurezza nel carcere di Oristano, contatti con il personale del penitenziario ne ha. Un vecchio uomo con epatite B e infezione polmonare qualche serio rischio potrebbe correrlo, qualora anche un solo agente tenesse un comportamento poco prudente. Per l’età e per il suo quadro clinico.

Scrive, intanto, ha terminato e dato alle stampe, dopo otto anni dal suo ultimo libro, un altro noir, intitolato Indio, pubblicato da Seuil e che sarà nelle librerie francesi il 28 maggio. Il ricavato sarà devoluto alla ricerca sul Covid-19. Un altro capitolo della sua vita, come già i precedenti, quelli in cui raccontava il passaggio di un criminale comune alla politica (armata) o gli anni da “esule” (latitante per la legge italiana) in terra di Francia. Dove il suo caso, non diverso da quelli di tanti altri che godettero della “dottrina Mitterrand”, una sorta di salvacondotto accettato dall’Italia, destava scandalo in famosi scrittori e intellettuali come Gabriel Garcia Marquez, Bernard Henri Levy e Fred Vargas, che su di lui ha scritto il libro La verité sur Cesare Battisti.

I francesi non hanno battuto ciglio, quando il loro pupillo, subito dopo l’arresto di un anno e mezzo fa, aveva chiamato il capo del pool antiterrorismo della procura di Milano Alberto Nobili e in due interrogatori aveva raccontato tutto, e ammesso i quattro omicidi che gli sono costati la condanna all’ergastolo. Solo lui ha avuto la pena massima. Nessuno dei suoi coimputati. Perché lui è stato processato in contumacia, perché dopo che per vent’anni nessuno lo aveva cercato, la sua notorietà come scrittore lo ha inseguito e sicuramente danneggiato. E sono subentrati qualche invidia, i moralismi e la voglia di vendetta, mai sopita, neppure oggi.

Ma su una cosa, non secondaria, Cesare Battisti va difeso, e non ci stancheremo mai di farlo. I processi celebrati in clima emergenziale, spesso non più che indiziari e fondati non su prove ma su vociferazioni e interessate accuse da parte dei coimputati “pentiti”, hanno travalicato ogni regola dello Stato di diritto. Di questo erano indignati gli intellettuali francesi. Magari pensavano anche che il loro amico fosse innocente e ingiustamente condannato. Ma non era questo il problema principale. Forse loro non sanno che da allora, dai tempi dell’emergenza dell’antiterrorismo, in Italia i pubblici ministeri hanno avuto dalla politica una cambiale in bianco da riscuotere ogni giorno in nome dell’antimafia o dell’anticorruzione. Sempre in clima emergenziale.

Un anno e mezzo fa Cesare Battisti è stato esibito come un trofeo dal ministro Bonafede, quello che poi si è lasciato insultare in tv da un pubblico ministero che lo ha accusato di essersi fatto intimidire dalla mafia. Il terrorista arrestato si è lasciato umiliare suo malgrado, mentre era ancora frastornato, messo in ceppi e fatto scendere da un aereo arrivato in mezzo al nulla, che poi era un aeroporto italiano, dove lo aspettava la Grande Gogna. Non era più pericoloso da 38 anni, ma lo scalpo è lo scalpo e il suo era un bel boccone per il governo gialloverde.

Come si permette questo terrorista, dicono oggi in coro i grandi quotidiani, di chiedere la detenzione domiciliare? Nessuno però si domanda come mai in Italia si tenga un prigioniero da oltre un anno in una sorta di buco nero, in isolamento, a rischio impazzimento. E perché poi in Sardegna, lontano da tutti, dai parenti e dal legale, quando i suoi processi si sono tutti svolti a Milano, la città dove ci sono ben tre carceri, uno dei quali, Opera, è di alta sicurezza? Ha ragione l’avvocato Steccanella, questa è tortura. Cioè qualcosa di molto serio di cui chiedere conto al ministro Bonafede e ai nuovi vertici del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.