«Critici si nasce, poeti si diventa», era il paradosso del grande storico dell’arte, Roberto Longhi, maestro di Giorgio Bassani negli anni universitari a Bologna, e che lo scrittore emiliano ha abbracciato per tutta la vita. Di Bassani quest’anno si celebra il primo ventennio dalla morte, l’ebreo della buona borghesia padana, che non è diventato poi solo poeta, ma anche romanziere, sceneggiatore, addirittura attore in una particina de Le ragazze di Piazza di Spagna di Emmer, vicepresidente alla Rai, redattore di alcune delle più prestigiose riviste letterarie del Novecento: Botteghe oscure, fondata dalla principessa Marguerite Caetani, e Paragone. Apprezzato da Montale e osteggiato dalla Neoavanguardia (pare che Edoardo Sanguineti lo abbia definito insieme a Cassola: «le Liale del ‘63», in riferimento al nome della scrittrice di romanzi rosa) è sicuramente suo il merito di aver fatto pubblicare, nel ’58 a Feltrinelli, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo.

Dopo la proclamazione delle leggi razziali, milita tra le fila dell’antifascismo clandestino, finendo in prigione nel ’43, e poi nella Resistenza; il suo lungo appoggio ai socialisti si interrompe solo quando nel ’65 si avvicina ai repubblicani con La Malfa e Ferruccio Parri. Lo ricordiamo oggi in quel fatidico 1943, entrato nel corpus narrativo di Bassani mediante la raccolta di racconti, Cinque storie ferraresi, consacrate poi dal Premio Strega nel ‘56, e in particolare con lo splendido Una notte del ’43, dal quale l’esordiente Florestano Vancini ha tratto il lungometraggio uscito del 1960, La lunga notte del ’43, co-sceneggiato da Pier Paolo Pasolini.

Negli anni della nascente Repubblica di Salò e della ricostruzione a Verona del nuovo Partito fascista repubblicano, Bassani racconta l’apparentemente insignificante vita dell’eccentrico Pino Barilari, erede di una farmacia che ha da tempo delegato alla sua giovane, bella e fedifraga moglie. In pieno centro a Ferrara, Corso Roma è il teatro delle giornate del farmacista che, affacciato alla finestra, vive perennemente in pigiama, in seguito a una sifilide contratta in gioventù, che gli ha paralizzato le gambe. Tuttavia, il marciapiede della Fossa del Castello, dirimpetto all’abitazione del Barilari, diviene suo malgrado lo scenario di quell’episodio che è passato alla storia con il nome di Eccidio del Castello estense, verificatosi nella notte del 15 novembre del 1943 e che Bassani posticipa volutamente di un mese, compiendo una scelta stilistica (è irrinunciabile il pathos della geografia degli spazi gelati, ricoperti di neve). Accusati di essere stati i mandatari dell’attentato ai danni del Federale Igino Ghisellini (che in Bassani diventa «Il console Bolognesi»), ucciso con sei colpi di pistola a bordo della sua Fiat 1100, undici cittadini ferraresi, militanti antifascisti, vengono fucilati dagli squadristi di Verona e di Padova, che espongono poi i loro cadaveri a mo’ d’esempio, per ore sotto il porticato.

Nella notte tra il 14 e il 15, mentre i dissidenti vengono prelevati dalle loro case e dalle prigioni che ospitavano gli oppositori del Regime e aderenti al Partito d’Azione, per essere giustiziati all’ombra del castello rinascimentale, dietro le fessure di una persiana, Bassani intravede gli occhi del farmacista, spettatore non visto dell’esecuzione, in attesa del ritorno della moglie da un convegno amoroso con un altro uomo. Peculiare è la poetica, declinata in tutta la produzione letteraria bassaniana, ossia lo stravolgersi di episodi di piccola vita cittadina, senza nessuna consapevolezza immediata, da parte della Storia, che rispetto a loro si erge indifferente. La scena, tutta costruita sulla drammaticità del silenzio, riempita solo dallo sguardo complice del Barilari verso la moglie in istrada, osserva quei corpi che «abbracciandosi, facevano uno stretto viluppo di membra irrigidite», e che da lontano non sembravano neanche umani ma stracci.

Il paralitico alla finestra è il testimone di una doppia rivelazione: l’inaffidabilità del cuore e l’insensatezza della violenza storica. Egli avrebbe voluto dimenticare le luci, gli spari, le urla e le smorfie dei condannati a morte, la paralisi della paura e l’acquiescenza che da ragazzo l’aveva portato a marciare su Roma nel ’22. Ci pensa il narratore a inchiodare il farmacista (e i lettori) nell’inevitabilità del ricordo: «Si può dimenticare? È sufficiente desiderarlo?».
Terminata la guerra, dopo l’esperienza dei campi di concentramento – che Bassani avrebbe mirabilmente raccontato nel Giardino dei Finzi-Contini, dove «il caro, il dolce, il pio passato» che la nobile famiglia ferrarese cercherà di eternare nel loro esclusivissimo giardino – e dopo la Liberazione e la pace, fu indetto il processo nel ’46 per l’eccidio di tre anni prima. Chiamato a testimoniare, la risposta di Barilari arriva ermetica e lapidaria: «Quella sera, dormivo». Un’omissione dalla responsabilità. La sua menomazione fisica si fissa nell’impotenza morale, e sembra domandarsi: “Bastava adesso la condanna esemplare, la dannazione pubblica e l’infamia a cancellare ogni ricordo di quegli anni trascorsi?”.

Non sono le simpatie dell’incoscienza giovanile a portare Barilari alla negazione, né un vile tentativo di redenzione, ma la difesa di un’inettitudine nazionale nella colpa di aver taciuto. Morirà da sentinella, alla finestra, osservando i passanti e borbottando un «Ehi!» o un «Attento!» a tutti i turisti che avevano l’ardire di camminare accanto al luogo dell’esecuzione. Quanto ai ferraresi, nessuno osa più avvicinarvisi.