Di covi, fughe, ‘pizzini’, catture mancate e dichiarazioni di pentiti è costellata la sua interminabile latitanza. Matteo Messina Denaro, nato a Castelvetrano in provincia di Trapani nel 1962 è ricercato dal 1993, condannato a scontare l’ergastolo per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro. Detto Diabolik o ‘u siccu’ per la sua costituzione fisica esile, è forse il capo indiscusso della mafia trapanese, secondo Forbes è nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo e sicuramente tra i più ricchi di tutta la Sicilia. Da ‘fantasma’ ha continuato a gestire gli illeciti tramite suoi fiduciari e i ‘pizzini’ passati di mano in mano. Secondo gli inquirenti potrebbe essere l’ultimo capo di Cosa Nostra dopo la cattura e la morte di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Messina Denaro eredita da suo padre Francesco lo scettro di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento quando morì nel 1998 mentre era in latitanza. La prima denuncia per associazione mafiosa arrivò per lui nel 1989, e nel 1992 si rese responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina. L’uomo aveva assunto la fidanzata di Messina Denaro, un’austriaca, e si fece scappare qualche commento negativo sul suo lavoro e sulla presenza di personaggi del malaffare intorno a lei. Il mafioso non lo tollerò e lo uccise. Dal ’92, Messina Denaro iniziò a far parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti di Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli. Erano quelli gli anni in cui Totò Riina, ‘il capo dei capi’, ordinava ai suoi di uccidere tutti quelli che dicevano anche una sola parola contro il sistema mafioso: showman, giudici, forze dell’ordine o persone comuni, nessuno escluso.

Qualche tempo dopo Riina fece tornare il gruppo in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Messina Denaro compare, come richiesto dalla procura di Caltanissetta, tra i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio nel quale persero la vita il giudice Falcone e la moglie, e il collega Paolo Borsellino insieme  agli uomini delle loro scorte. Dall’anno successivo è ricercato per aver commesso quattro omicidi. Quando Riina fu arrestato nel 1993, Messina Denaro continuò nell’organizzazione di attentati dinamitardi, come quelli di Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, compresi danni al patrimonio artistico. Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino, tra i primi pentiti a iniziare a svelare la verità sulle stragi di Capaci, a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido. Aveva solo 12 anni.

Dopo la cattura di un altro illustre padrino della mafia, Bernardo Provenzano, l’attenzione degli investigatori si è concentrata su di lui. Nel nascondiglio di Provenzano infatti gli inquirenti trovarono numerosi ‘pizzini’ mandati da “Alessio”, nome con il quale si firmava Messina Denaro, nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani.

Secondo alcune intercettazioni in carcere di colloqui di Totò Riina, sarebbe stato proprio lui, il ‘capo dei capi’ a crescere Matteo Messina Denaro, accusandolo tuttavia di aver abbandonato gli interessi di Cosa Nostra per pensare solo a se stesso e alla sua fuga. Per dargli la caccia lo Stato ha già investito decine di milioni, indagini che finora hanno portato a oltre cento arresti di familiari, tra cui la sorella, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però mai sfiorarlo. Gli inquirenti avrebbero puntato a fare terra bruciata intorno a lui lasciandolo solo nella sua fuga. Secondo quanto affermato da alcuni pentiti oggi Messina Denaro sarebbe irriconoscibile perché si sarebbe sottoposto a una plastica al volto e ai polpastrelli per non essere mai identificato. Solo un esame del DNA potrebbe confermare la sua identità.