Dal 2015 combatteva in Ucraina insieme ai separatisti filo russi. Una bomba a mano lo ha stroncato mentre era nel Donbass. Edy Ongaro, 46 anni, meglio conosciuto come “Mozambo” era partito dalla sua Portogruaro per diventare parte integrante della brigata Prizrak.

Ongaro per lo stato italiano era un latitante dal 2015. Aveva aggredito una barista perché si era rifiutata di versargli da bere. Poi se l’era presa anche con i carabinieri in preda a qualche bicchiere di troppo. Era riuscito a scappare e si è diretto verso il Donbass arruolandosi nelle milizie comuniste combattendo per l’indipendenza dall’Ucraina. A diffondere la notizia il Collettivo Stella Rossa Nordest in un post sui social pubblicato poco dopo le 21 di giovedì 31 marzo.

“Con immenso dolore comunichiamo che Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo, è caduto da combattente per difendere il popolo libero di Novorossia dal regime fascista di Kiev. Dalle prime informazioni ricevute sappiamo che si trovava in trincea con altri soldati quando è caduta una bomba a mano lanciata dal nemico. Edy si è gettato sull’ordigno facendo una barriera con il suo corpo. Si è immolato eroicamente per salvare la vita ai suoi compagni”.

“Edy era nato 46 anni fa a Portogruaro, Venezia, raggiunto il Donbass nel 2015 non lo aveva più lasciato. Era un Compagno puro e coraggioso ma fragile ed in Italia aveva commesso degli errori. In Donbass ha trovato il suo riscatto, dedicando tutta la sua vita alla difesa dei deboli e alla lotta contro gli oppressori. Ha servito per anni nelle fila di diversi corpi delle milizie popolari del Donbass fino alla fine dei suoi giorni”.

“Vengo da Portogruaro – rivendicava orgoglioso in un’intervista alla Tv dei combattenti, come riportato dal Corriere della Sera- un paesino tra Venezia e la Slovenia. Il mio nome di battaglia? Quello usato da un partigiano durante la seconda guerra mondiale, suona esotico e mi piace”. Il combattente poi raccontava: “Ho scelto questa brigata per il carattere internazionalista. Se ricevo una ricompensa? Sì, una colazione, un pranzo e una cena oltre a un kalashnikov che si chiama Anita, come la moglie di Garibaldi. Mi sento vicino ai poveri, ovunque nel mondo c’è un popolo che viene calpestato. Questa sana ribellione ci è stata insegnata dai nostri nonni contro il fascismo razzista. Finché ci sarà aria e sangue nel mio corpo credo che resterò qui in Ucraina”.

Su Youtube, in diversi servizi, aveva raccontato la storia della sua famiglia che aveva subito vessazioni durante il fascismo. Era questo il motivo che lo aveva spinto a partire per dare il suo contributo in quel conflitto iniziato nel 2014.

Nell’ultimo post su Facebook del 20 febbraio aveva ribadito la sua posizione nel conflitto: “Verrà un tempo nel quale sapremo ascoltarci mutualmente – scriveva – edificheremo una Società equa e senza distinzioni; dove tutto è di Tutti; basata sul Lavoro e sorretta dalle mani callose dei Proletari; che comparte e programma; che non lascerà nessuno per strada; che non sfrutta le masse per il profitto di qualche inutile avido egoista. Quel giorno verrà, ma prima dobbiamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità umane per rendere questo unico pianeta a disposizione un posto più vivibile; sta a Noi combattere senza tregua il mostro, stanarlo da ogni tombino. Massacrare i civili novorussi non ha mai portato fortuna a chi arrivava da ovest, subumani bastardi nazisti strumento imperialista da sempre”. Molti i commenti al post anche di conoscenti italiani preoccupati dal suo insolito silenzio sui social. Poi la conferma della sua morte.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.