Nata a Nuoro il 27 settembre del 1871, Grazia Deledda è una scrittrice di primati. È la seconda italiana dopo Carducci ad aver vinto il premio Nobel, la seconda donna a livello mondiale, la prima e l’ultima scrittrice del nostro Paese. Ma è un primato anche il fatto che la fama internazionale la raggiunge a partire da una piccola cittadina, ai suoi tempi ancora più minuscola, come il capoluogo della Barbagia. Sarda, donna, scrittrice di provincia e vincitrice nel 1926 – lo ritira l’anno dopo – del prestigioso premio. Eppure l’essere sarda, donna e scrittrice di provincia è anche una maledizione che ha impedito a Deledda di avere – ancora oggi – il giusto riconoscimento da parte di chi, critici e professori, costruisce il canone letterario. Come mai questa sottovalutazione? Perché nonostante il Nobel non è mai entrata a far parte del cerchio magico degli scrittori italiani?

Su questo mancato riconoscimento pesano vari fattori. Prima di tutto è una donna, e questo – nonostante tutti i cambiamenti nel corso del Novecento – non le viene mai perdonato. Lontana dai salotti letterari, anche quando si trasferisce a Roma dove muore il 15 agosto 1936, Deledda inizia la sua avventura di scrittrice dando alle stampe alcuni romanzi rosa. Ma presto e in maniera dirompente emergono il suo stile e la sua poetica che con un’analisi puntuale sono stati talvolta paragonati a quelli degli autori russi. Cenere, Elias Portolu, Canne al vento, La madre, Marianna Sirca, L’edera, La Chiesa della solitudine, Colombi e Sparvieri…: in tutti i suoi romanzi i protagonisti sono gli ultimi, gli umili, uomini e donne alle prese con il destino e con il peccato. E come in Fëdor Dostoevskij il perdono arriva per tutti e arriva, ancora prima che dalla religione comunque per lei un faro, dalla capacità di Deledda di osservare con amore tutti gli esseri umani, qualsiasi siano le loro scelte e i loro sbagli. Tutto merita rispetto: anche la flora e i paesaggi della sua amata Sardegna che lei descrive nel dettaglio con una capacità e una raffinatezza che ricordano alcune pagine del Marcel Proust della Recherche.

Ma mentre Proust e Dostoevskij sono considerati – giustamente – Dei nell’Olimpo della letteratura mondiale, Deledda non è mai entrata a far parte neanche dell’Olimpo nazionale. All’essere donna si aggiunge l’essere sarda, nata nella provincia più lontana da chi detiene il potere di decidere o meno la grandezza di una scrittrice o di uno scrittore. Il racconto della Sardegna, proprio per la sua diversità, viene di fatto tacciato di essere mero folclore, narrazione di un mondo che non assurge mai alla dimensione universale. Ma è un’accusa ingiusta, deplorevole. Basterebbe rileggere i suoi romanzi per ritrovare, a partire dal racconto del suo mondo, la capacità di descrivere l’animo umano nel profondo, nelle sue pieghe più recondite, nei suoi dubbi, nelle sue disperazioni, in quel vacillare che coglie chiunque davanti al mistero della vita e della morte. Una grande. Ma una grande dimenticata, sottovalutata anche per avere reso protagonisti dei suoi romanzi gli uomini e le donne di un mondo arcaico che però lei racconta nel suo sfaldarsi, nelle sua trasformazioni a partire dall’incrinarsi dell’ordine patriarcale.

Bisognerebbe fare con lei, quello che gli studi post coloniali hanno fatto con gli scrittori e le scrittrici dei Paesi non occidentali, bistrattati da chi deteneva il potere, dai quei vincitori che anche nella cultura dettavano legge. Bisognerebbe rileggerla, studiarla di più e meglio nei licei, come esercizio di grande letteratura, come allenamento ad altre culture, a sguardi diversi da quelli che costruiscono il mainstream. Gli studi post coloniali hanno fatto questo per tante letterature sottovalutate: li dovremmo applicare anche a tanti filoni che in Italia sono stati sminuiti per la loro appartenenza a realtà considerate residuali. Deledda a saperla leggere rovescia il canone letterario, ribalta gli stereotipi, mette a tacere l’accusa di provincialismo. La sua vita è un ribaltare tutto. Quando, invisa anche al suo mondo, inizia a scrivere: lei autodidatta, di famiglia benestante ma colpita da varie disgrazie, non si fa fermare da niente e da nessuno. Rileggete Cosima per credere. È il suo romanzo autobiografico, pubblicato postumo. Bellissimo. Commovente. A tratti quasi giocoso, a volte drammatico, ma sempre venato da quella nostalgia che sembra una cifra comune agli scrittori di Nuoro.

È la stessa nostalgia che ritroviamo in Salvatore Satta, il giurista autore dello straordinario romanzo – anche questo postumo – Il Giorno del giudizio. Qui la nostalgia diventa disperazione, ma sia in Deledda che in Satta c’è la stessa attenzione alla vita, c’è lo stesso sguardo amoroso di chi osserva con stupore e pena la commedia umana che ci circonda. Una volta, durante un’intervista, Andrea Camilleri mi disse che Il Giorno del giudizio di Satta era il vero caso letterario del Novecento. Secondo lui anche più del Gattopardo. Se non lo avete ancora fatto, correte a leggerlo.
Anche Grazia Deledda è un caso. Ma al contrario. Poco letta, poco studiata, non abbastanza celebrata se non nella sua cittadina dove si trova anche la bellissima casa-museo in cui sono state ricostruite le stanze come descritte in Cosima. Poco, troppo poco si parla di lei, si racconta di lei. Destino condiviso con altre scrittrici che con difficoltà sono riuscite ad affermarsi. Deledda va riletta, cantrice di un mondo che forse non c’è più ma di cui nei suoi romanzi si ritrova la bellezza.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica