La vita l’aveva messa più volte davanti a un bivio. Aveva la bellezza e la prorompenza per fare l’attrice. Gli amori, le scelte fatte, il contesto in cui ha vissuto l’hanno resa invece un’icona della camorra. Pupetta Maresca è la figura più controversa della storia della criminalità napoletana. Ha incarnato un po’ tutte le contraddizioni del suo tempo: i valori confusi con l’opportunismo, l’onore scambiato per rispetto camorrista, il senso di giustizia tradito dalle istituzioni e spinto fino al gesto estremo di far da sé.

«Avevo denunciato quella persona una ventina di volte ma appena uscivo dalla Questura lui veniva a saperlo e mi mandava a minacciare. Il giorno che lo incontrai venne verso di me armato, si avvicinò allo sportello della macchina per aprirlo. Mi difesi con la piccola pistola che avevo nella borsetta. Dio ha voluto che a morire fosse lui, ma avrei potuto morire anch’io. Lui esplose dodici colpi, io solo sei». Così Pupetta Maresca ricordava uno dei momenti che più di altri aveva segnato la sua vita. Era giovane, bella e al quinto mese di gravidanza: si ritrovò precocemente vedova. Vide morire tra le sue braccia l’amato Pasquale Simonetti, detto Pascalone ‘e Nola, e si convinse che ad ucciderlo fosse stato Antonio Esposito, Totonno ‘e Pomigliano, loro testimone di nozze. Lo denunciò ma non servì. E undici settimane dopo, lo uccise. Fu condannata e ottenne la grazia. In carcere partorì e scontò dieci anni di reclusione.

Pupetta si era innamorata di Pascalone ‘e Nola che era poco più che una ragazzina. A diciotto anni, il 27 aprile 1955, lo sposò. Un matrimonio sfarzoso, un corteo di trecento invitati, la cerimonia nell’antica chiesa subito dopo Castellammare, il banchetto sulle colline di Pozzano con vista golfo, vino di Gragnano e piatti a base di pesce fresco. E poi la musica napoletana e gli ospiti d’onore, due sindaci e un deputato. Erano gli anni in cui la guerra era alle spalle e grandi opportunità si profilavano all’orizzonte. Anni in cui i confini tra lecito e illecito, tra politica e ambienti criminali, non erano poi così netti, un po’ come adesso. Nei paesi di provincia dell’hinterland napoletano (e Nola lo era), i guappi si conquistavano il rispetto della gente sostituendosi a Stato e istituzioni assenti, si cimentavano anche in questioni politiche e diventavano boss lanciandosi nel contrabbando di sigarette e nel controllo di qualunque cosa potesse creare commercio. Pascalone ‘e Nola puntò al mercato della frutta, arrivando a monopolizzarlo. Il potere, però, attirò presto i contrasti con altri guappi e aspiranti boss della zona, e la mattina del 16 luglio 1955 Pascalone fu ucciso in un agguato. Prima di spirare confidò a Pupetta chi aveva decretato la sua morte.

La donna riferì alla polizia le confidenze del marito ma, senza prove, le sue rimasero solo parole. Fu così che una mattina, mentre andava al cimitero sulla tomba del marito, Pupetta si fece giustizia da sola. Affrontò il processo senza negare le sue responsabilità: «Signor Presidente, sono sfinita. Non posso più lottare. Ho ucciso Esposito per amore di mio marito, perché lo aveva fatto assassinare. Se Pascalone ritornasse a vivere, se lo uccidessero un’altra volta, non potrei agire diversamente», ammise. Fu costretta a partorire il figlio Pasqualino in carcere e per tre anni la casa sua e del suo bambino fu una cella della sezione femminile di Poggioreale. Quando nel 1965 ottenne la grazia, poté riabbracciare il figlio che nel frattempo era cresciuto con la nonna. La vita le offrì a quel punto un’opportunità diversa. Nel 1967 ebbe un ruolo da protagonista nel film Delitto a Posillipo di Renato Parravicini, già nel 1958 Francesco Rosi lavorando a La Sfida si ispirò a lei e alla sua vita. Ma il futuro di Pupetta non era né su un palcoscenico né davanti a una macchina da presa. L’amore la legò ancora una volta, a filo doppio, alla camorra. Si innamorò, infatti, di Umberto Ammaturo, giovane camorrista che trafficava in armi e droga.

Da quella relazione nacquero due gemelli, ma fu un amore travagliato, attraversato e interrotto dal mistero della scomparsa di Pasqualino, il figlio che Pupetta aveva partorito in carcere, scomparso nel gennaio del 1974 dopo un appuntamento con lo stesso Ammaturo. Il suo corpo non fu mai trovato: caso di lupara bianca. Ammaturo fu processato e assolto. Pupetta non lo accusò mai ma lo lasciò, provando a ricominciare da imprenditrice con negozi di abbigliamento aperti nella sua Castellammare di Stabia. Mentre tutti continuavano a evocarla come lady camorra, lei convocò una conferenza nel circolo della stampa di Napoli per dire ai giornalisti e al mondo che non aveva paura di Raffaele Cutolo, allora potente capo della Nuova camorra organizzata che imponeva la tangente su tutto. Era il 13 febbraio 1982, la camorra a Napoli e provincia era divisa tra Nuova Famiglia e Nco. «Se Cutolo tocca qualcuno della mia famiglia, faccio ammazzare senza pietà i suoi killer, i suoi scagnozzi, le donne e i bambini in culla. La Campania è soffocata da un potere occulto, ma presente a tutti i livelli» tuonò Pupetta avvolta nella sua pelliccia di volpe nera. «Se per Nuova Famiglia si intende tutta quella gente che si difende dallo strapotere di quest’uomo, allora mi ritengo affiliata a questa organizzazione» disse col suo fare sfrontato. Poco dopo fu arrestata con l’accusa di aver ordinato l’omicidio di Aldo Semerari, il criminologo e psichiatra che aveva dichiarato pazzo Cutolo, accusa dalla quale fu poi assolta. Ed era stata già assolta dall’accusa di essere la mandante del delitto di Ciro Galli, un fedelissimo di Cutolo ucciso nel 1981 per una vendetta trasversale.

Nel 1986 la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli stabilì che Pupetta Maresca apparteneva alla camorra come affiliata alla Nuova Famiglia. Qualche anno prima, nel 1982, la Rai aveva prodotto una serie ispirata alla sua vita e trasmessa solo dopo dodici anni di contenziosi giudiziari tra la Maresca e la produzione (Il caso Pupetta Maresca). La popolarità di Pupetta tornò in tv, nel 2013 su Canale 5, con la minifiction Pupetta-Il coraggio e la passione, con Manuela Arcuri nei panni di lady camorra. Il giorno dopo la messa in onda della prima puntata Pupetta raccontò: «Ho pagato con lacrime e affanno le mie scelte. La prima volta perché l’uomo a cui sparai avrebbe fatto lo stesso con me. Ma – aggiunse – la reclusione che mi ha fatto veramente male è stata quella legata al secondo arresto, quando finii in carcere per aver parlato di Cutolo, che a quei tempi uccideva tutti i giorni, e per aver detto che era sostenuto dalla politica. È vero, l’avevo minacciato di morte, ma lui minacciava i miei fratelli e io, davanti agli occhi, avevo mio padre che piangeva. Crede che la camorra avrebbe mandato una donna a fare minacce in pubblico? Il mio è stato un impeto di rabbia che ho pagato amaramente. Desidero ancora una carezza da mia madre, una carezza che – concluse – non ho mai avuto».

Pupetta Maresca è morta l’altra sera a 86 anni, stroncata da un arresto cardiaco nella sua casa a Castellammare. In una delle sue ultime interviste si rammaricava per come la politica avesse gettato nel degrado la sua amata provincia. «Ma uno che deve fare per vivere nella propria città con dignità?», si chiedeva. E poi il rimorso di sempre: «L’errore mio è aver ucciso, ma se non lo avessi fatto non sarei qui a parlarne».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).