Non c’era bisogno di cercare il “grande vecchio” negli anni ‘70, non certo nella farneticante accezione che danno al termine i cacciatori di complotti, bensì in quella del maestro rispettato da tutti nella sinistra rivoluzionaria italiana, armata e non. Quando la rivolta incendiò le fabbriche e le università, Sante Notarnicola, l’uomo a cui meglio si attaglia quella definizione, era già in carcere dal 3 ottobre 1967 e non era un “vecchio”, se non per la maggiore esperienza di vita e di lotta rispetto ai ragazzi di allora. Aveva 29 anni ed era considerato un bandito feroce dopo la rapina del 25 settembre a Milano finita con un inseguimento vertiginoso e tre passanti uccisi.

Quell’immagine sanguinaria e spietata era quanto di più distante dalla verità di Notarnicola, come anche dei suoi compagni di banda, Pietro Cavallero, Adriano Rovoletto e il giovanissimo Donato Lopez. Notarnicola era invece il campione perfetto di quella rabbia proletaria contro l’ingiustizia che poco dopo il suo arresto avrebbe spazzato le fabbriche d’Italia e in particolare della sua Torino. Era nato nel 1938 a Castellaneta, vicino Taranto, il paese d’origine di Rudy Valentino: “Uno di quei paesoni agricoli tipici del sud, né villaggio né citta, poverissimo, ricco solo di bocche da sfamare. L’unica industria era l’emigrazione”. Notarnicola emigra, ma solo dopo aver passato la sua parte di calvario negli istituti per bimbi poveri e abbandonati, dopo la fuga del padre con un’altra donna. Parte a 13 anni, con l’allora classica “valigia di cartone” che ricorderà in una delle sue poesie.

Arriva a Barriera di Milano, il quartiere ghetto operaio, roccaforte rossa, sede della più forte e agguerrita sezione del Pci. Milita nella Fgci, poi entra nel partito e capisce che non è più quella l’appartenenza adatta per chi sogna la rivoluzione, per i giovani immigrati come lui che nelle fabbriche fanno una vita d’inferno e in città subiscono, oltre al salasso degli affitti, il disprezzo razzista che la città riserva ai terroni. Nel 1959 inizia a rapinare banche e gioiellerie, con l’obiettivo di raccogliere soldi per le organizzazioni armate del Terzo mondo. Nel 1962 è tra gli operai che a piazza Statuto inaugurano il ventennio di insubordinazione operaia assaltando la sede della Uil, rea di aver firmato un contratto separato, e per tre giorni ingaggiano una vera battaglia con la polizia. Anni dopo ricorderà che in piazza c’era anche il leggendario dirigente del Pci Giancarlo Pajetta. Arrivato per calmare le acque, dopo le cariche della polizia finì per spingere gli operai allo scontro: “Il giorno dopo ci chiamò fascisti”.

Non era uno dei tanti che in quegli anni si erano politicizzati in carcere, Sante Notarnicola. C’era entrato con una formazione già in buona parte compiuta, cantando “Figli dell’officina”, come avevano fatto in aula lui Cavallero e Rovoletto dopo la lettura della sentenza, in pieno ‘68. Coi pugni alzati a sfidare la corte. Ma in carcere studia, legge, affina una intelligenza già acuta. Soprattutto scrive: prima un libro uscito nel 1972, che diventa uno dei testi sacri del Movimento, L’evasione impossibile, poi altri libri e soprattutto molte poesie. Studia, scrive e lotta. Pochi detenuti hanno fatto più di lui per rendere meno bestiale il circuito carcerario italiano. Negli anni armati Notarnicola fu vicinissimo alle Br, che avevano messo il suo nome in testa alla lista dei prigionieri da liberare in cambio della vita di Aldo Moro. Ma considerarlo un brigatista sarebbe improprio e riduttivo.

Come fuori dal carcere aveva riassunto un’intera generazione di giovani operai immigrati e ribelli, così in galera diventò il modello dei detenuti comunisti che per un po’ resero anche le galere uno dei fronti principali del conflitto sociale in Italia. Sante era semilibero dal 1995, libero dal 2000. Aveva aperto un pub a Bologna, frequentatissimo. Continuava a scrivere, era un punto di riferimento per chiunque volesse conservare memoria non del passato ma della necessità del conflitto anche oggi e anzi come diceva lui, “oggi ancora più che nel passato”. A modo suo, un maestro per molti.