C’è un cortocirciuto politico-mediatico che potrebbe portare qualcuno in piazza anche armato“. Non ha dubbi Luca Di Bartolomei, figlio dell’ex capitano della Roma, Agostino, sulla pericolosità dell’eccessiva diffusione delle armi per uso privato soprattutto, fa notare: “In un momento dove le persone sono esasperate e vediamo ogni giorno scene di manifestazioni in piazza o vera e propria guerriglia“.

Io ho sempre avuto un arma in casa e con quella pistola mio padre si è suicidato” continua Luca, raccontando di quando il padre Agostino Di Bartolomei, a soli 39 anni, la mattina del 30 maggio 1994 si sparò al cuore nella villa di San Marco di Castellabate, nel salernitano. Il capitano della Roma con la maglia numero 10, aveva conquistato il popolo giallorosso vincendo lo scudetto nel 1982-1983 prima di passare al Milan con il “BaroneNils Liedholm in panchina e qualche anno dopo ha lasciato quello stesso pubblico senza parole. Proprio quell’evento traumatico che ha segnato inevitabilmente la vita di Luca, lo ha fatto però diventare l’uomo che è ora e a motivare la sua battaglia contro l’uso privato delle armi.

L’Italia non è un paese insicuro – continua Luca – ma il tema su cui ci dobbiamo soffermare è che molte persone hanno un arma in casa che non sono in grado di gestire. È un problema di tutti, mio, di mio figlio e di tutte le generazioni a seguire”. E Luca prova a spiegarlo fra le pagine del libro che ha scritto qualche anno fa “Dritto al cuore” provando a ragionare anche sulle motivazioni di chi si sente più sicuro con un’arma in casa. Nel libro scrive: “Dobbiamo renderci conto che viviamo in una società oramai intrisa di inquietudine. Questo concentrato di paure e ignoranza finirà per spingerci a sbranarci l’un l’altro“. Rendere più permissiva la legge sulla legittima difesa rischierebbe poi, secondo Luca, di alimentare una spirale di giustizia fai da te, favorendo la comparsa di giustizieri pronti a sparare alla prima occasione.

Punta il dito contro la politica Luca e contro quelle lobby che spingono verso una più facile commercializzazione delle armi. “Abbiamo visto come le lobby legate per esempio a partiti come la Lega abbiano lavorato affinché  le armi si diffondessero sempre di più“. E infine una riflessione sui numeri in materia di femminicidi legati al possesso di armi in casa: “Le prime vittime di questa situazione sono le donne uccise da chi possiede un’arma legalmente.  Ci sono più donne uccise da legali detentori di armi che omicidi di mafia“, conclude.

Giacomo Andreoli e Chiara Viti