Vogliamo che la speranza prevalga sulla paura, che lo Stato di Diritto vinca contro la Ragion di Stato che per troppi anni, in nome dell’emergenza, ha stravolto i principi costituzionali. Vogliamo continuare a tener viva l’iniziativa, da portare anche davanti alle corti di giustizia europee, volta a superare l’armamentario emergenzialista speciale di norme e regimi quali il sistema delle informazioni interdittive e delle misure di prevenzione antimafia, e delle procedure di scioglimento dei comuni per mafia, al fine di prevenire il crimine senza distruggere la vita delle persone, combattere la mafia senza minare i principi dello Stato di Diritto e i diritti umani fondamentali.

In Italia, in particolare, va posto fine all’obbrobrio giuridico di stampo fascista delle misure di sicurezza personali applicate a chi ha finito di scontare la pena e restano internati nelle cosiddette “case lavoro” o nelle colonie agricole che sono carceri a tutti gli effetti. I sette casi di detenuti che scontano la “casa lavoro” in regime di 41-bis sono emblematici della violazione del diritto a non essere giudicati o puniti due volte per lo stesso fatto. E poi c’è l’isolamento: i documentati effetti lesivi, specialmente se prolungato, lo pongono in contrasto con il divieto di tortura e di trattamenti o punizioni disumane o degradanti. Ma vogliamo soprattutto avviare la riflessione sull’attualità o meno, all’alba degli anni Venti del terzo millennio, del sistema penale e della sua appendice ultima, il carcere, un luogo strutturalmente di tortura, patimenti e afflizione, e se non sia il caso, dopo l’abolizione della pena di morte e il superamento della pena fino alla morte, di mettere in discussione anche la morte per pena, l’assurda convinzione per cui alla violenza e al dolore del delitto debbano necessariamente corrispondere una violenza e un dolore eguali e contrari, quelli inflitti dal giudizio e dal castigo propri del diritto penale.

Questa è la nuova linea del fronte di lotta di Nessuno tocchi Caino, volta a trovare, come ci richiamava Aldo Moro, «non tanto un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale», a sperimentare non pene alternative, ma alternative alla pena, come quelle – già in atto e da rafforzare – delle pratiche di riconciliazione, delle esperienze di giustizia riparativa, delle opere di pubblica utilità e di ogni altra forma di inclusione e reinserimento nella comunità. Opera è il nome di un carcere, ma vuol dire anche officina. E proprio in questo il senso il Congresso di Nessuno tocchi Caino è qui convocato per concepire, fabbricare, dare corpo a parole, idee, visioni di umanità nuova, di futuro migliore.

Elisabetta Zamparutti, Rita Bernardini, Sergio D'Elia