Quella del Manuale Cencelli è un’espressione giornalistica che risale alla cosiddetta Prima Repubblica e che torna in auge ogni volta che un nuovo governo deve essere formato. Si riferisce alla spartizione degli incarichi del sistema politico in base al peso specifico di ogni ruolo e di ciascuna corrente. Presentandosi come la lottizzazione del potere spezzettato in un’esasperazione della proporzionalità delle nomine politiche, assume spesso un connotato dispregiativo, che segue come principio interessi di partito o di corrente più che criteri meritocratici.

Il Manuale prende il nome da Massimiliano Cencelli, funzionario e politico della Democrazia Cristiana, che negli anni Sessanta pare abbia formulato questo vademecum per dirimere le lotte per il potere all’interno della maggioranza governativa e del sistema politico in senso lato. Secondo Cencelli, come ha dichiarato in un’intervista ad Avvenire nel 2003, si doveva procedere con questa modalità: “Come nel consiglio di amministrazione di una società gli incarichi vengono divisi in base alle azioni possedute, lo stesso deve avvenire per gli incarichi di partito e di governo in base alle tessere“. Ogni voto conquistato alle elezioni, ogni tessera di partito e l’importanza della corrente di appartenenza incidevano dunque sull’attribuzione a una carica che pure aveva un suo determinato peso (ad esempio: il ministero dell’Interno vale più del ministero dei Beni Culturali).

Pare che questo meccanismo funzionasse come un sistema di traduzione di tipo algebrico. Secondo alcuni il Manuale Cencelli era un testo codificato e preciso. Non è mai stato chiarito se esistesse davvero in forma fisica. Si dice anche che circolasse in maniera informale sotto forma di pamphlet tra i politici della Prima Repubblica. Il mistero sulla sua esistenza materiale non ne ha comunque mai intaccato la fama, visto che puntualmente, appena se ne senta il bisogno, il Manuale Cencelli viene richiamato in causa.

Antonio Lamorte

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