Ipocrisia e indifferenza sono tra i mali peggiori di questi nostri tempi già così difficili. Peggiori anche dell’incapacità. E della disonestà. Questa storia ha due parole chiave: ipocrisia e dignità. Quante volte da cronista parlamentare ho assistito a battaglie contro l’ipocrisia e nel nome della dignità? Tante volte l’ipocrisia ha vinto sulla dignità. Sul fine vita blocchiamo tutto da decenni in nome della sacralità dell’ultimo respiro che deve essere, per l’appunto, rispettato. Ho visto con i miei occhi come “si rispetta” l’ultimo respiro.

Mia madre era una ragazza di “100 anni meno 3” come la chiamavo io. Una ragazza che “per appena due mesi”, diceva lei, non riuscì a votare per la Repubblica nel 1946: quando lo ricordava si emozionava. Era una “ragazza” con la grande fortuna di non aver fatto un solo giorno di ospedale fino a quel maledetto 9 maggio, quando la mattina si alza, va in cucina a farsi un tè e cade. Femore rotto. L’operazione va bene e il 20 maggio lascia il Cto, dove è seguita benissimo, per il periodo riabilitativo al Don Gnocchi di Firenze, centro di eccellenza per questo tipo di degenza. Il recupero, seppure lento, c’è. Le dimissioni sono programmate per mercoledì 8 giugno. La mamma invece non tornerà a casa. Muore per infezioni nosocomiali, cioè ospedaliere, il 12 giugno. Muore dopo 27 ore passate in una barella di Pronto soccorso dell’ospedale Torregalli, contiguo al centro Don Gnocchi. Io non contesto che 96 anni, quasi 97, possano essere il tempo “giusto” per salutare questo mondo. Contesto che questo accada in una barella di un pronto soccorso dove il personale sanitario è arrogante e strafottente. Peggio, indifferente. Tranne uno: l’infermiere Davide, un giovane che ringrazio qui per aver mostrato in quel contesto un po’ di pietà.

Cosa succede tra il 20 maggio e l’11 giugno è presto detto. Fino al 2 giugno le cose procedono benino anche se lei non ne vuole sapere di stare lì: “Portami a casa”, implora, ma i medici mi spiegano che rimetterla in piedi presto a quell’età è fondamentale. Dunque, “porta pazienza, mamma, cammina, ritrova le forze e poi andiamo a casa”. Dove dal giorno 9 giugno sarebbe stata seguita da una fisioterapista per completare la rieducazione e ridare sicurezza a due gambe lunghe e magre come quelle di un puledro appena nato. Il 2 giugno, giovedì, inizia un lungo e, posso dire, maledetto ponte estivo. Il Don Gnocchi si svuota. Restano poche infermiere e qualche operatore. Il caldo è già soffocante. Qualche giorno prima avevo notato che le gambe della mamma erano gonfie. Ne avevo parlato con la dottoressa che la seguiva (ovviamente al telefono perché, causa Covid, i sanitari non incontrano i familiari dei pazienti). Aveva concordato che erano gonfie e deciso per un “bendaggio leggero”. Giovedì mi sembra che la mamma sia più stanca e svogliata. Chiedo di nuovo di un medico. Non lo vedo il venerdì e neppure il sabato. La domenica pomeriggio, dopo varie educate richieste, rintraccio una dottoressa. Si presenta una giovane laureata, gentile, nazionalità albanese, che guarda la mamma e dice: “Ha ragione signora, queste gambe sono troppo gonfie, ma io vengo da pneumologia, non conosco la paziente, posso solo segnalare…”.

Mi si gela il sangue: segnalare a chi? Quando? E con tre giorni di ritardo. Lunedì 6 giugno alle 13.30 (l’orario delle telefonate ai familiari è dalle 13.30 alle 14.30) chiama uno dei due medici che hanno in cura la mamma. È l’uomo. Forse la dottoressa con la quale ho tenuto i contatti è impegnata. «Purtroppo – spiega – abbiamo trovato due infezioni nosocomiali. Stiamo dandole gli antibiotici». Tralascio il resto. Dico: “Porto la mamma a casa”. No, “deve essere curata e qui la curiamo”. Chiamo il nostro medico di famiglia. Gli chiedo di andare a vedere cosa sta succedendo. La mamma pare reagire agli antibiotici. Non ha febbre. Venerdì 10 giugno la vedo, passo con lei il pomeriggio, ha l’ossigeno, poca voce ma è attenta, parliamo della guerra, chiede di Putin, facciamo la videochiamata con la zia, mangia e beve, la cosa più importante. Vado via alle 19.30 abbastanza tranquilla.

Sabato 11 giugno alle 12.30 mi chiama una dottoressa mai sentita prima, “sono di turno, la signora respira male e io la mando al Pronto soccorso di Torregalli”. Corro. Dopo un’ora di attesa il responsabile del Pronto soccorso mi fa entrare: la vedo su una barella che cerca di alzare la testa, spaventata, occhi sbarrati, mi riconosce, l’abbraccio, cerco di tranquillizzarla, l’accarezzo, lei sembra capire. Siamo in “sala shock”, così è scritto sulla porta. C’è un altro signore su una barella. Mi mandano fuori, “adesso qui non può stare, dobbiamo lavorare”. Chiedo, voglio sapere. Il responsabile risponde con tono sprezzante e braccia allargate: “Ma cosa vuole, non vede come ce l’hanno portata, pressione 85, orine dense, febbre alta…”. Guardo il monitor, pressione a 95. “Sì, infatti ora sta risalendo… Comunque vediamo, ora vada fuori”. Comincia un’attesa che dura fino alle 19, quando l’addetta al banco informazioni mi dice: “Vada a casa, il medico di turno ha detto che la stanno trattando con i liquidi”.
La notte tra sabato e domenica è un tunnel d’insonnia. La mattina telefono ma nessuno risponde. Forse dovrei chiamare la polizia. O i carabinieri. Non si tiene una famiglia senza notizie in questo modo. Mio marito prende la macchina e va al Pronto soccorso. Nel frattempo, dopo qualche sollecitazione trasversale, ricevo una telefonata dal Pronto soccorso. È la dottoressa di guardia. “Guardi – mi dice – che gli organi sono collassati, reni, polmoni, fegato, le transaminasi sono schizzate…”.

Le dico di mandarla a casa. Risposta: “Lei forse non ha capito”. Mi precipito lì. “Non può entrare…”. Entro lo stesso. Sono le 12.30. Trovo la mamma nella stessa barella del giorno prima, stesse lenzuola. In più c’è una coperta lisa e macchiata. È una stanza per quattro pazienti divisa da tende di plastica. Nessun macchinario è acceso. Non so dire se mi riconosce. Sicuramente mi sente. Ogni tanto apre gli occhi, alza una mano, muove una spalla. Respira. Le ho chiuso gli occhi alle 16.30. Non l’ho più lasciata un secondo: se devi morire in questo inferno almeno ti tengo la mano e ti accarezzo la fronte. In quelle ore sono successi i seguenti episodi: più volte gli infermieri provano a mandarmi fuori; più volte, già dal giorno prima in realtà, chiedo un letto in una camera decente, replicano che “non c’è posto altrimenti sarebbe già stata trasferita”, “ma è qui da ieri”, dico io, e la dottoressa di passaggio replica: “La sanità è ridotta così, eppure proprio lei dovrebbe saperlo”.

Arriva al punto di parlare di “soldi che non sono sufficienti”. Cioè: io sono lì che stringo la mano a mia madre morente e questa fa polemica sul sistema sanitario e sui pronto soccorso che “sono trincee, signora cara”. Ad un certo punto sembra che si liberi una stanza al primo piano, “…dai mamma che andiamo in un posto migliore”. Arriva un tizio del quale sento solo la voce perché tengo il capo abbassato, appoggiato sul ferro della barella della mamma. “Quella? Mi rifiuto di impiegare un letto per lei…” grugnisce. La dottoressa lo porta lontano dalle mie orecchie. Che però sentono. “Ma cosa lo sposto a fare…”. Meno male che c’è Davide, che almeno fa finta di provarle la pressione.

Ho lasciato passare qualche giorno per evitare abbagli e accecamenti figli del dolore. Ora sento di dover denunciare la desolazione di quella brandina e di quella coperta ruvida con cui ho dovuto coprire per l’ultima volta il viso di mia madre dopo 27 ore di agonia. Il cinismo del responsabile del Pronto soccorso. La voglia di fare polemica della dottoressa. Lo devo a mia madre e a tutti quelli che hanno fatto la stessa fine. Una fine indegna. Mio padre, medico, mi ripeteva che “fare il dottore è una missione. O ce l’hai dentro o è difficile impararla”. Per tanti è così. Non per coloro che dovevano curare, mostrare pietas e rispettare la dignità di una donna di 100 anni meno 3.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.