Attivare le procedure di gara e tutelare gli investimenti effettuati. Sono queste per noi le linee guida necessarie affinché in Italia si possa mettere mano alle concessioni demaniali marittime. Lo diciamo oramai da tempo a tutela di un settore strategico per l’economia turistica del Paese. Negli ultimi mesi si è riaperto il dibattito relativo alla direttiva Bolkestein. Ma una semplice applicazione della direttiva, che non tenga conto di soluzioni a tutela delle imprese, rischia di generare numerose criticità. Il rischio principale è quello di aprire la strada a interessi stranieri, nel nome di una libera concorrenza che danneggerebbe tutti i piccoli e medi imprenditori delle spiagge italiane, già preoccupati per gli investimenti effettuati e incerti per il loro futuro.

Per capire di cosa stiamo parlando è necessario dire che oltre il 42% delle coste sabbiose è occupato da stabilimenti balneari. In alcune regioni tale percentuale è ancora più alta: 69,8% in Liguria, 67,7% in Campania, 61,8% nelle Marche, 51,7% in Toscana. Cosicché nelle 15 regioni bagnate dal mare, 644 comuni si collocano lungo la fascia costiera, ovvero l’8,1% dei comuni italiani. Numeri, questi, che ben descrivono il quadro di una economia in crescita. Infatti secondo Unioncamere, dal 2011 c’è stato un significativo aumento di numero di stabilimenti balneari, incrementati di ben 1.443 unità in dieci anni.

Per questo non crediamo che si possa dare spazio alla demagogia, che pure la destra ha provato a mettere in campo opponendosi alla sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la proroga dei titoli in essere al 2033 e imposto la riassegnazione tramite gara entro due anni. Per noi socialisti è necessario tutelare i vecchi proprietari che hanno fatto investimenti ma anche adeguare il costo delle concessioni al mercato odierno. Misura, indispensabile a tutelare circa 30mila famiglie che da decenni e decenni dedicano praticamente la loro vita alla conduzione di queste attività.

Chi oggi la pensa diversamente non fa altro che colpire duramente quella fetta di imprenditori che negli anni, e soprattutto nei mesi estivi della pandemia, ha lavorato per migliorare l’offerta. Per questo chiediamo che si proceda con gare pubbliche, ma dando il giusto valore e peso a quelle imprese preesistenti che hanno effettuato investimenti – che dovranno essere rendicontati da parte degli imprenditori balneari -. Insomma imprese che hanno creato l’ossatura vincente dell’offerta turistica del nostro Paese. Queste dovranno essere coinvolte in questa opera di ristrutturazione del settore. L’obiettivo non deve essere il cambio pregiudiziale delle imprese balneari già operanti, ma la migliore valorizzazione del nostro patrimonio pubblico, evitando un prevedibile e nuovo immobilismo dovuto ai ricorsi. Una economia, quella balneare, che ha un forte ritorno economico a favore dello Stato per la concessione di spiagge in aree di grande prestigio.