«È pronta». La riforma “epocale” della giustizia targata Alfonso Bonafede attende solo di essere approvata. Chi dovrà votarla, però, non è chiaro. Il Guardasigilli, dopo settimane di silenzio, ha dunque rotto gli indugi. In una lunga intervista domenica scorsa al quotidiano La Repubblica, Bonafede ha dichiarato che il testo è pronto da «un mese» e che è stato inviato «a tutte le forze politiche».  «I cittadini – ha aggiunto – non possono più aspettare, è il momento di partire senza tentennamenti», stigmatizzando «il troppo tempo» che i partiti si stanno prendendo per analizzare il testo. Il Pd, in particolare, è il partito che «ha chiesto più tempo» prima di pronunciarsi definitivamente sulla riforma della giustizia. Un atteggiamento che ha messo già in allarme il ministro pentastellato. «Se qualcuno cercasse di perdere tempo finirebbe per fare lo stesso giochetto della Lega, che ha fatto di tutto per bloccare la riforma fino al punto di andare ad una crisi di governo. Dalla Lega, da sempre vicina all’idea berlusconiana della giustizia, me lo aspetto ma dal Pd e dal centrosinistra no». Il punto più indigesto è, ovviamente, il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Blocco, in vigore dal prossimo primo gennaio, sia in caso di condanna che di assoluzione. Lo stop della prescrizione è uno dei temi identitari dei Movimento fondato da Grillo e Casaleggio fin dalle sue origini. Insieme al reddito di cittadinanza, all’acqua pubblica, al no agli inceneritori, fermare le lancette del processo penale rappresenta il coronamento del sogno giustizialista grillino. Anche a costo di trasformare il Paese in un enorme Tribunale affollato di imputati a vita in balia dei pm.

Portare a casa lo stop della prescrizione è quindi una questione di fondamentale importanza per l‘esistenza stessa del Movimento. Il problema è che nessuno degli alleati di governo, tranne l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso di Leu, è disposto a dare il via libera ad una norma manifestamente incostituzionale in quanto in contrasto con il principio della ragionevole durata del processo. Il Pd, Italia viva e la maggioranza di Leu hanno già fatto capire che “urgono correttivi”. È inutile bloccare la prescrizione se il sistema giudiziario non è in grado di garantire in maniera efficace tempi certi per la conclusione dei processi, fanno presente a Bonafede. Tre, essenzialmente, le contro proposte degli alleati di governo. Rinvio dell’entrata in vigore per verificare l’efficacia della riforma penale, sconti di pena per il condannato se viene superato un certo lasso temporale, non previsione dello stop per chi sia stato assolto in primo grado. Bonafede non intende però tornare sui propri passi ed ha già fatto capire che il provvedimento va vene così. Consapevole che il bilancio del suo mandato è fino ad oggi, per usure un eufemismo, poco entusiasmante. Lo “Spazzacorrotti” rischia di essere spazzato dalla Corte costituzionale, la riforma dell’ordinamento penitenziario voluta dall’allora ministro Andrea Orlando è stata azzerata, con il sovraffollamento della popolazione carceraria che sta crescendo in maniera esponenziale, la riforma del Csm con l’introduzione del sorteggio stronca correnti è finita su un binario morto. Senza contare un’altra riforma, quella delle intercettazioni, la cui entrata in vigore è stata già procrastinata più volte. Il ministro della Giustizia sa di non avere alleati in questa partita. Anzi, ha tutti contro: le Camere penali hanno indetto per la prima settimana di dicembre cinque giorni di astensione dalle udienze, il mondo universitario è sulle barricate, parte della magistratura, quella maggioritaria e meno ideologizza, è critica su riforme che paralizzerebbero un sistema già al collasso. Ma il M5s, pur azzoppato dalle ultime elezioni, ha sempre la maggiorata in Parlamento.  Ai grillini il compito di fare il miracolo in queste ultime settimane del 2019: convincere gli alleati che “la certezza della pena è un valore” e che “il carcere è una svolta culturale”. Se i dem e Renzi non dovessero cambiare idea, l’ipotesi di una crisi di governo, proprio sulla giustizia, non sarebbe così remota.