A girare per le strade ungheresi, in questi giorni, nelle grandi città come Budapest o Debrecen, ma anche nei villaggi di cui è costellata la campagna ungherese, come la famosa “puszta” (la pianura orientale che racchiude lo spirito più tradizionale dell’anima della nazione), fa pensare per un attimo di trovarsi più a Est, in Ucraina, per i manifesti esposti agli incroci o sui marciapiedi.

È infatti l’immagine di Volodymyr Zelensky che campeggia, al fianco di quella di Péter Magyar, il leader dell’opposizione in predicato (secondo i sondaggi) di diventare il nuovo capo del governo ungherese, sui cartelloni in bianco e nero a grandezza da locandina di cinema: riconoscibili e con pose da documento di identità, sovrastate dalla scritta “veszélyesek”, “pericolosi!” “Fermiamoli”, sotto prosegue, “solo il Fidesz”, il partito di governo può farlo il 12 aprile. Lo spirito della campagna di Viktor Orbán ruota di fato su questo tasto: la guerra in Ucraina è molto vicina, e si sente a Budapest non solo per le forniture del gasdotto Druzhba (che per il suo stesso nome sanciva “l’amicizia” tra Unione Sovietica e i Paesi socialisti dell’Est Europa fin dagli anni Sessanta), danneggiato dai bombardamenti russi in Ucraina e non ancora ripristinato dal governo di Kyiv, ma anche per la presenza di tantissime famiglie ucraine profughi dal paese in guerra.

L’Ungheria, infatti, è dopo la Polonia il Paese con maggiore impegno umanitario fin dalle prime settimane del conflitto su vasta scala scatenato dall’invasione russa nel febbraio 2022. La presenza di profughi di guerra, il coinvolgimento delle istituzioni e delle associazioni delle società civile è per l’Ungheria qualcosa di tangibile che si riflette sulle paure del conflitto: è opinione diffusa, soprattutto nelle campagne e nelle fasce della popolazione più anziane, che l’Ungheria sia rimasta fuori dal conflitto anche e soprattutto grazie alla politica di appeasement per la Russia di Viktor Orbán, che ha permesso inoltre buoni prezzi di approvvigionamento energetico in questi anni.

Di fatto il vero avversario della campagna elettorale è stato il presidente ucraino Zelensky, che non resistendo alla soverchiante – ma non esiziale – pressione militare russa non accetta di cedere i territori occupati e chiudere il conflitto. Questa pace per Budapest è l’unica pace possibile, e il presidente ucraino è dunque il “pericolo” che il conflitto prosegua e si allarghi, coinvolgendo il piccolo paese danubiano. Il governo, per rafforzare l’opposizione al sostegno europeo per la prosecuzione del conflitto, ha lanciato nelle scorse settimane una petizione proprio per mobilitare l’opinione pubblica – alla vigilia delle elezioni – su questo tema: la guerra è il tema cardine del posizionamento europeo e internazionale di Budapest, e Zelensky è l’uomo da sconfiggere. In un paese che appare sereno e normale alla vigilia delle elezioni più importanti del post-comunismo, l’ombra del conflitto è evocata dal governo è sembra ancora capace di mobilitare consensi.