Faccio parte di quel piccolo plotone di parlamentari di Forza Italia che, guidati da Antonio Martino, rifiutarono di votare a favore della legge Fornero (così come di ogni altro provvedimento del governo Monti, ritenendo quel governo l’effetto di un vero e proprio esproprio democratico). Quella legge, in particolare, ci sembrava sproporzionata, persino nell’ambito delle misure draconiane imposte da quel governo per “salvare l’Italia da sicuro fallimento”. A otto anni dalla sua introduzione, la riforma Fornero si porta ancora dietro un difficile strascico sociale che conduce verso l’indigenza migliaia di lavoratori italiani rimasti senza stipendio, senza pensione e beffati dalle promesse del governo su Quota 100. E ora anche completamente abbandonati dal legislatore. Nel 2012 queste persone, che avevano perso il lavoro per dimissioni o licenziamento, ed erano in attesa della pensione poiché avevano maturato i requisiti per accedervi di lì a poco, a causa degli effetti retroattivi della riforma Fornero sono rimasti con un pugno di mosche in mano. Il vulnus legislativo, emerso nei mesi successivi alla sua introduzione, ha imposto di rivedere la platea dei soggetti ammessi al pensionamento estendendola, a più riprese, attraverso una serie di salvaguardie. Dei 170 mila esodati che hanno ricevuto apposita tutela grazie alle salvaguardie, però, circa 6mila sono rimasti privi di copertura previdenziale. Un piccolo esercito. Chi si occupa di loro? Perché di una nuova salvaguardia, prevista nella manovra di Bilancio ora in discussione in Parlamento, e che garantirebbe il pensionamento alle migliaia rimasti senza assegno, non c’è traccia.

La loro prospettiva, quindi, è dovere aspettare ancora sei anni, o forse più. Infatti chi non riuscirà ad andare in pensione con i requisiti richiesti per l’uscita entro il 31 dicembre 2021 (età minima di 62 anni e almeno 38 anni di contributi), dovrà attendere la maturazione dei requisiti, quindi cinque o sei anni per poter andare in pensione anticipata o di vecchiaia con le vecchie regole della riforma Fornero. Non solo. A farne maggiormente le spese, tanto per cambiare, sono le donne. Tagliate fuori da molte delle soluzioni pensionistiche proposte, e anche quando incluse, come nel caso del meccanismo dell’Opzione Donna, che consente alle lavoratrici di andare in pensione dopo 35 anni di contributi previdenziali, con forti decurtazioni sull’assegno ricevuto. Spesso con lavori precari, part-time, carriere discontinue perché interrotte dalle maternità, le donne possono sì lasciare il lavoro prima ma con il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, vale a dire ridotto di un quarto. Ma volere è potere, e con gli emendamenti alla legge di bilancio si potrebbe giungere a una soluzione definitiva per tutte queste persone rimaste nel limbo. Il costo complessivo dell’operazione, infatti, è stato calcolato in 360 milioni, metà della somma avanzata dall’ultima salvaguardia e che sarebbe ripartita fra il 2020 e il 2025, con coperture recuperate dal Fondo Sociale per Occupazione e Formazione (Fosf). Ma il nodo è sempre lo stesso. Se veramente si vuole restituire dignità di cittadinanza a persone che hanno perso tutto a causa di un errore legislativo e vivono una sola prospettiva, quella dell’incertezza assoluta, bisogna superare le consuete dinamiche parlamentari tra opposizione e maggioranza e richiamare le forze politiche ad un’unità di intenti che parta dalla ragione per arrivare a soluzioni ragionevoli. Sarebbe urgente che questo governo assumesse l’iniziativa, recepisse gli emendamenti presentati in tal senso e avviasse un confronto serio che metta fine a una vicenda che non fa onore al nostro Paese.