Un tempo sentir dire da un imprenditore che il profitto economico non è un valore in sé e che bisogna mirare a qualcosa d’altro e di più alto, un benessere fondato sulla sobrietà piuttosto che sul consumo, sarebbe suonato un’eresia. Eppure oggi non è difficile, nelle assemblee degli industriali o in pensosi consessi pubblici, sentire imprenditori e manager sostenere queste tesi. E anzi, è dato vederli fare a gara a chi più squaderna iniziative e azioni “sociali” promosse dalla propria azienda. Ora, che ai nuovi mantra della “sostenibilità” e del “profitto etico” aderiscano politici, intellettuali à la page, uomini della comunicazione. Stona e sorprende invece che siano i capitalisti a proporsi di cessare di essere tali. Qualche problemino filosofico, diciamo di “ontologia sociale”, sorge, ma non ci sono nemmeno più gli Adam Smith o i Karl Marx che possano aiutarci a capire cosa stia succedendo.

Il capitalismo è forse morto e non ce ne siamo accorti? Andiamo tutti verso un mondo di coproduttori e consumatori, ove anche sul piano economico e delle risorse disponibili “uno varrà uno”? I dati sulle diseguaglianze sociali, in verità, ci dicono il contrario. E, sempre in verità, sembrerebbe che i capitalisti predichino bene ma razzolino come sempre male (cioè semplicemente continuano a fare il loro mestiere). Si tratta allora del solito conformismo farisaico, di un semplice e ipocrita adeguarsi allo spirito dei tempi (un tempo si diceva che certi industriali avevano “il cuore a sinistra e il portafoglio a destra”)? O si tratta di un genuino “senso di colpa”, di una riflessione sulle lacrime e il sangue che è costato alla società il loro profitto e l’“accumulazione originaria” delle proprie ricchezze? Non è improbabile che questi elementi ci siano nell’adesione dei capitalisti al nuovo paradigma culturale della sostenibilità e dell’economia circolare. Ma forse, più al fondo ancora, c’è il vero motivo per cui il capitalismo sopravvive (contrariamente a quel che pensava il buon Marx) a tutte le crisi e le contraddizioni che segnano la sua storia e che forse sono ad esso coessenziali. Il capitalismo si rigenera infatti continuamente metabolizzando le richieste della cultura anticapitalista che scorre al suo fianco, immunizzandosi in qualche modo da essa e così preservandosi. È un “sistema” che ingloba e non annienta: così è avvenuto con i miti del Sessantotto, così avverrà con la mitologia ambientalista e della “decrescita felice”. Abbiamo visto far profitto vendendo magliette con l’effigie di Che Guevara, e il Mao di Andy Warhol vale (è proprio il caso di dire) un Capitale. Prima o poi vedremo forse circolare magliette, prodotte capitalisticamente su larga scala, che inneggeranno alla sobrietà francescana. E qualche miliardario di Las Vegas, o un emiro arabo, riprodurrà la Porziuncola e Santa Maria degli Angeli in formato gigante e in oro e diamanti.