“Fate presto” è un titolo rimasto nella storia del giornalismo italiano. È “Fate presto“, quello che il Mattino di Napoli pubblica pochi giorni dopo la scossa che quarant’anni fa colpì Irpinia e Basilicata. Nasce da una riunione di redazione, con Pietro Gargano e il direttore Roberto Ciuni. “Fare presto” è la proposta di Gargano, “Fate presto” è il titolo scritto nel taccuino del direttore. Un appello nei giorni della rabbia e del dolore, segnati dal ritardo dei soccorsi e dalla mancanza di coordinamento.

Fate presto” è ripreso dalla scrittrice romana Gloria Vocaturo nel libro omonimo edito da Castelvecchi Editore quest’anno, che racconta il terremoto dell’Irpinia del 1980 attraverso uno sguardo inedito: la voce della terra stessa, che irrompe come narratore e carnefice. In un intreccio di storie – studenti, famiglie, medici, sopravvissuti – Vocaturo costruisce un romanzo corale che attraversa Napoli e l’Irpinia in quei 90 secondi che hanno cambiato per sempre il volto del Sud. La scrittura, poetica e crudele, non si limita alla cronaca ma restituisce l’esperienza intima del crollo, il buio, la polvere, la lotta per resistere. Ne nasce una testimonianza viva, che illumina la fragilità delle vite spezzate e la forza dei legami umani, trasformando la memoria di una tragedia in racconto universale.

Gloria Vocaturo non vuole solo ricordare un evento storico, ma dare forma alla sua eco interiore, al modo in cui continua a risuonare nelle vite, nelle città, nel paesaggio del Sud Italia. La scelta di far parlare il terremoto, e poi di contrastarne la voce con quella dei suoi personaggi, è una dichiarazione poetica per riflettere sul dolore, sull’abbandono e sulla forza ostinata di chi, nonostante tutto, continua a chiamare per nome i vivi e i morti.

La memoria è responsabilità, e nel racconto di Vocaturo non si può non fare riferimento al discorso di Pertini, tra i primi ad arrivare nei luoghi del disastro, quando in televisione si rivolse agli italiani: “Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”. Invitando tutti “ad andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”. Ma il titolo che a Gargano costò di più arriva il 29 novembre: “Speranza è morta, arrivano le ruspe”. “Ne fui turbato – ricorda – ma era quella la scelta e come leader della zona ci toccava un ruolo di capofila, e ce lo pigliammo con dolore”. 

“Fate presto” ha fatto il giro del mondo, perché il terremoto del 23 novembre 1980 è una ferita che il tempo non potrà mai rimarginare. 90 secondi che hanno ridisegnato per sempre il volto dell’Irpinia, della Basilicata, di Napoli. Il libro di Vocaturo lascia parlare il terremoto stesso, restituendo voce a chi quella notte ha perso tutto. I personaggi sono di fantasia ma realistici, interpreti del dolore di una popolazione piegata dal terremoto. C’è spazio, tra le pagine, anche per omaggiare la solidarietà spontanea che esplose nei giorni successivi al disastro, quasi a compensare il ritardo dei soccorsi. Ai radioamatori che tennero viva la comunicazione quando tutto era spento. Ai vigili del fuoco, medici, infermieri che non abbandonarono il loro posto. Ai volontari arrivati da ogni parte d’Italia, ai cittadini comuni che donarono coperte, cibo, conforto.

“Fate presto” è una drammatica geografia del dolore e della speranza, un resoconto umano che mostra quanto la sensibilità e il coraggio di ogni singolo individuo, prima che cittadino, possa fare la differenza anche nelle tragedie.

Annalina Grasso

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