Il governo Conte si prepara a presentare un disegno di legge, o magari un decreto, che preveda il carcere per gli evasori fiscali e per i presunti evasori fiscali. Lo hanno annunciato vari ministri dei Cinque Stelle nei giorni scorsi, e ieri lo ha confermato, baldanzosamente, quello che ormai appare il vero e proprio capo del movimento: Marco Travaglio. Lo ha fatto raccogliendo (o forse rilasciando) una intervista al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e spingendolo a promettere che su questo punto non cederà, neppure se nel Pd o tra i renziani dovessero lampeggiare bagliori di garantismo.

Conte ha spiegato, accettando le affermazioni di Travaglio, che la lotta all’evasione fiscale, e dunque la riforma del fisco, si fanno con il carcere. Non esiste ancora un vero e proprio testo del decreto, che per semplicità di espressione chiameremo il “decreto Travaglio”, ma lo scopo è molto evidente. Spiegare al paese che coi Cinque Stelle al governo non si scherza e che lo strumento principale per governare i processi sociali e la riorganizzazione della società e dello Stato sarà la prigione.

Naturalmente questo vuol dire molte cose. In particolare vuol dire due cose. La prima è che i Cinque Stelle sono disposti a concedere molto al Pd su vari piani della politica, ma non sono disposti a cedere niente di niente sul potere della magistratura, la sua difesa e il suo incremento. L’introduzione di norme autoritarie nella lotta all’evasione, persino alla modesta evasione (si parla di evasione in dichiarazioni dei redditi dai 50 mila euro all’anno in su) comporta evidentemente una nuova delega alla magistratura: la delega per la lotta all’evasione fiscale e dunque per la difesa e l’arricchimento dell’erario dello Stato. La politica si fa da parte. Dice ai magistrati: “fate voi, vi diamo potere pieno”.

È un passo ulteriore verso la completa riduzione in stato di subalternità del potere democratico, e della politica, nei confronti della magistratura. Oggi la magistratura controlla in modo pressoché totale tutti i processi dell’economia legati ai lavori pubblici e alle grandi o medie o piccole opere. Controlla gli appalti. Controlla i movimenti di denaro. E poi controlla ogni decisione politico-economica delle Regioni, dei Comuni e in parte anche dei ministeri. Con la nuova legge sul fisco assumerà direttamente il governo delle politiche fiscali. E questo non sarà un fatto semplicemente “contingente”, cioè legato a un aspetto parziale della politica e dell’amministrazione dello stato: sarà una spinta ulteriore verso un nuovo equilibrio dei poteri ancor più spostato verso la casta dei magistrati.

Il secondo aspetto, molto interessante, della legge anti evasori, riguarda invece l’assetto “culturale” della nostra società. Cioè l’orientamento del senso comune. Il messaggio che si manda al paese è chiarissimo: 70 anni di democrazia hanno corroso le capacità di controllo sociale e di governo da parte del potere centrale. Per recuperare questa capacità, e avviarsi verso una fase nuova della modernità, occorre ridurre le idee di libertà e fare capire al “popolo” che la libertà è condizionata e che una fase nuova della storia del paese deve essere caratterizzata da un fortissimo aumento della repressione e del controllo sociale. Ci sono molti strumenti per esercitare il controllo sociale, ma ce n’è uno che è il più semplice, anche se il più rozzo: il carcere e il suo uso spavaldo da parte del potere.

Erdogan, in Turchia, fa un uso disinvolto e politicamente dichiarato del carcere: lo adopera per colpire e immobilizzare i suoi avversari politici, gli intellettuali, gli avvocati, i giornalisti. Ma anche in società massimamente democratiche, come gli Stati Uniti, il carcere è un luogo fondamentale di controllo e di governo. Basta dire che in America il numero dei detenuti (in proporzione alla popolazione) è addirittura quasi dieci volte superiore al numero dei detenuti nei grandi paesi europei. In Italia ci sono circa un detenuto ogni mille abitanti (60 mila in tutto), almeno, per ora. Negli Stati Uniti ce ne sono uno ogni cento abitanti (tre milioni di detenuti).

Perché cito questi dati? Per dire che l’idea di usare il carcere come uno strumento di governo non è legato necessariamente a una svolta totalitaria. Lo è spesso, ma non sempre, non necessariamente. E’ immaginabile anche uno sviluppo del sistema democratico che avvenga scontando una fortissima riduzione delle libertà individuali e un uso massiccio dei mezzi della grande repressione di Stato.

L’idea che si affaccia col decreto-Travaglio è esattamente questa. Del resto il suo principale sostenitore, e cioè lo stesso Travaglio, la sta spiegando in questi giorni in moltissime trasmissioni televisive, e nelle colonne del suo giornale, esattamente in questo modo. Il carcere fa paura – dice Travaglio – e per governare bisogna far paura. A tutti. Soprattutto ai ricchi, perché solo se pieghi i ricchi puoi pensare, poi, di piegare tutti. Il carcere è l’unico modo per educare e sottomettere le classi dirigenti e , dunque, aprire lo spazio a una nuova classe dirigente.

Ieri Travaglio si è esibito, sul Fatto, in un’eccezionale dimostrazione di questo suo modo di pensare. Ha raccontato di uno scontro avuto in televisione, il giorno prima, con una giovane giornalista di Oggi, Marianna Aprile. La nostra collega si era limitata a dire a Travaglio che l’abitudine, da parte del suo giornale, di sventolare manette in prima pagina, non era proprio interno alla spirito della nostra Costituzione. Lui aveva risposto, furioso, accusandola, nella sostanza, di essere amica degli evasori fiscali. Ieri ha ripreso l’argomento , sul “Fatto Quotidiano” condendo la polemica con una feroce critica ai difetti di pronuncia di Marianna Aprile. La quale ha la cosiddetta erre moscia. Travaglio ha usato questo difetto di pronuncia come una spada, una clava, sparandola persino nel titolo e additandola come incapace persino di pronunciare la parola “barbarie”. Il titolo dell’editoriale di Travaglio era Bavbavie. Chissà se qualcuno di voi conosce il nome di Farinacci. Era un gerarca fascista del nord molto aggressivo con gli avversari, che insultava e provava a umiliare. Persino Mussolini, a un certo punto, alla fine degli anni trenta, lo mise da parte perché gli sembrava troppo volgare.