Questo saggio biografico di Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt. Un’ebrea tedesca nell’era del totalitarismo, si distingue come un’opera di notevole profondità, che va ben oltre la ricostruzione cronologica della vita della filosofa. Friedmann delinea con maestria l’intreccio inscindibile tra l’esperienza biografica di Arendt – l’essere un’ebrea tedesca costretta all’esilio dal regime nazista – e la sua elaborazione teorica, mostrando come il pensiero scaturisca direttamente dalla “fisicità” della storia vissuta.

L’ebraicità di Arendt, un dato fondamentale

Friedmann non tratta l’ebraicità di Arendt come un dato anagrafico, ma come la lente fondamentale attraverso cui la famosa teorica politica interpreta la catastrofe del XX secolo. Viene esplorato il suo rapporto complesso e non dogmatico con la propria identità ebraica, dalla scoperta dell’antisemitismo in gioventù, all’attivismo per il sionismo di salvezza (mai nazionalista), fino all’analisi del processo Eichmann, che la portò a formulare la controversa ma cruciale nozione della banalità del male.

Totalitarismo come filo conduttore: il titolo non è casuale. Friedmann mostra come l’emergere dei regimi totalitari (nazismo e stalinismo) costituisca lo choc esistenziale e intellettuale che forgia il pensiero arendtiano. L’opera ripercorre la genesi del celeberrimo Le origini del totalitarismo, illustrando come Arendt indaghi questo fenomeno inedito non solo nelle strutture politiche, ma nella sua capacità di distruggere l’individualità, la spontaneità e lo spazio pubblico.

Un pensiero di speranza

Un merito del libro è chiarire come, nonostante la lucida analisi della disgregazione totale, il cuore del pensiero di Arendt sia speranzoso e attivo. Friedmann spiega efficacemente i concetti di natalità (l’uomo come essere capace di iniziare qualcosa di nuovo) e di azione nello spazio pubblico, visti come antidoti alla passività e alla solitudine dell’uomo-massa, terreno fertile per il totalitarismo.

Friedmann scrive con una prosa chiara e accessibile, pur senza banalizzare la complessità del pensiero arendtiano, e non condonandolo a prescindere. Sono diversi i punti in cui l’autore critica alcuni atteggiamenti o prese di posizione di Arendt, così come dei suoi amici e colleghi più stretti. Per esempio, il brano, per me inaspettato, su Jaspers:

“Così al tempo della presa del potere a opera dei nazionalsocialisti, Jaspers era senz’altro un nazionalista tedesco che al pari di altri membri della borghesia colta sembrava non avere compreso i segni del tempo. Quando lei gli raccontò che stava preparando un piano per fuggire dalla Germania, lui le aveva chiesto stupito perché voleva separarsi dai tedeschi in quanto ebrea.” (109)

L’approccio è dunque rispettoso ma certo non agiografico, anzi, non esitando a menzionare le polemiche (soprattutto quelle seguenti La banalità del male) e le contraddizioni della filosofa, restituendone il profilo di un’intellettuale coraggiosa e scomoda.

Approccio rispettoso ma non agiografico

Per un lettore già esperto delle opere di Arendt, il saggio di Friedmann potrebbe sembrare più una solida e eccellente introduzione che un’interpretazione radicalmente nuova. La sua forza sta nella sintesi chiara e nell’impalcatura biografico-storica. L’accento è posto sul legame tra esperienza ebraica e analisi del totalitarismo. Altri aspetti del pensiero arendtiano (ad esempio, la sua rilettura della tradizione filosofica greca e moderna) sono presenti, ma in secondo piano.

Hannah Arendt. Un’ebrea tedesca nell’era del totalitarismo è un libro consigliatissimo per chi voglia avvicinarsi alla figura di Hannah Arendt, comprendendo le radici esistenziali del suo pensiero. Friedmann riesce nell’intento di mostrare come la vita e l’opera di Arendt siano state una tenace risposta intellettuale al male estremo del suo tempo, una risposta che parte dalla sua condizione di apolide, di esule, di testimone. Non è solo una biografia: è un’illuminante guida per orientarsi nelle categorie arendtiane (totalitarismo, banalità del male, spazio pubblico, azione) che restano strumenti indispensabili per interpretare, ancora oggi, le fragilità e le potenzialità del mondo contemporaneo.

Chi era Friedmann

Sono rimasto anche piacevolmente colpito dalla postfazione, “Friedrich G. Friedmann, umanista dell’incontro”, a mano di Antonio G. Saluzzi.

In queste pagine veniamo a scoprire che Friedmann, nel periodo di fuga in Italia fra il 1933 e il 1940, si laureò in Lettere alla Sapienza e poi in Filosofia, arrivando a insegnare per 2 anni Storia e Filosofia al Liceo Giulio Cesare di Roma. La biografia di questo intellettuale ebreo-tedesco è di quelle che non lasciano respiro, con una serie di trasferimenti anche intercontinentali molto importanti. Sembra quasi che ovunque Friedmann si sia trasferito non abbia rinunciato a esporsi, a parlare, a essere se stesso in modo pieno, culturale. Un felice misto di ebreo-tedesco istruito in una scuola benedettina, dunque cristiano-cattolica, che ha introiettato il messaggio del perdono cristiano oltre ogni limite, tornando infine a insegnare in Germania nel 1960, ossia in quel Paese che gli aveva sterminato o fatto fuggire lontano tutti i suoi affetti, parenti e amici stretti.

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Scrivere e insegnare sono le due cose che so far meglio. Beh, almeno tra quelle che si possono raccontare. Nel 2015 la Chicago Quarterly Review ha pubblicato la traduzione in inglese dei primi due capitoli del mio romanzo più venduto, il long-seller Angeli da un’ala soltanto, individuandomi come uno degli scrittori italiani contemporanei più interessanti. Peccato se ne siano accorti solo loro. I miei tre libri più recenti s'intitolano "Lo so f@re! Guida all'apprendimento misto e all'insegnamento (anche) a distanza” (Mondadori Education, 2020), “Tondelli: scrittore totale. Gli anni Ottanta fra impegno, camp e controcultura gay” (Pendragon, 2021). Nel maggio 2022 è uscita la terza edizione di “Angeli da un’ala soltanto” sempre per le edizioni Pendragon.