L'intervista
Gianluca Ansalone: “Guerre facili da iniziare e impossibili da finire, chi spara sulla Nato incendia la casa in cui vive”
Analista esperto di geopolitica e sicurezza, già al Copasir e alla Presidenza della Repubblica, Gianluca Ansalone è fellow del Centro Studi Strategici Internazionali (CISS) della Luiss. Esce in questi giorni per Guerini e Associati “Estremi”, il suo ultimo saggio, con la prefazione di Francesco Rutelli. Non possiamo non partire, incontrandolo, dall’Iran e dai negoziati di pace. Rispetto ai quali il realismo di Ansalone è scettico. «Non ci credo, purtroppo. Quella contro l’Iran rischia di essere l’ennesima “guerra eterna”. Oggi le guerre sono facili da iniziare e impossibili da finire. Se ci avessero detto che Kyiv avrebbe resistito cinque anni all’avanzata russa avremmo sorriso».
Il regime di Teheran ha represso nel sangue le manifestazioni di dissenso e ora, in guerra, usa la popolazione civile come scudo umano. Quanto peso ha, nella percezione pubblica, la morsa sanguinaria dei Pasdaran?
«Pesa fino ad un certo punto. Il mondo è esausto, legittimamente. Pandemie e guerre sono una pressione enorme da anni. Non andrà meglio. L’era della pace è finita per sempre. Dobbiamo preparare i nostri sistemi e le nostre società a guerre eterne e potenzialmente “estreme”, visto che, come riporto nel mio libro, non ci sono mai state così tante dita sul bottone rosso dell’arma atomica».
Washington appare avventata, senza rotta, mentre Tel Aviv procede per obiettivi precisi e operazioni studiate al millesimo. C’è divergenza di metodo e di strategia tra Stati Uniti e Israele?
«Per dirlo dobbiamo aspettare le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Fino ad allora Trump non si sottrarrà alle richieste dell’alleato israeliano. Li accomuna la scadenza elettorale in autunno. Per il resto i piani tattici cominciano a divergere. Netanyahu era andato alla Casa Bianca a inizio anno a chiedere rifornimenti di missili Patriot per lo scudo di difesa nazionale, annunciando a Trump che avrebbe ripreso attacchi mirati contro gli ayatollah. Il Presidente USA non si è fatto sfuggire l’occasione di essere in prima linea, senza consultarsi con gli stati maggiori della difesa. È la politica che si fa estrema perché si sostituisce a volte alla scienza (come fece lo stesso Trump durante il Covid), a volte ai militari».
Israele punta al regime change in Iran, richiamando anche la stagione dello Shah: è una strategia concreta e sostenibile sul piano geopolitico?
«Non lo è. L’Iran non è né il Venezuela né assomiglia a nessuna delle monarchie del Golfo. L’Iran è la Persia. E dunque non potrebbe mai accettare il ritorno del re o l’arrivo di soldati americani sul terreno. Sarebbe un errore madornale. La sola possibilità è che il regime iraniano si spezzi in due, isolando i Pasdaran. Lo può fare solo il Presidente Pezeshkian, ma a fronte di garanzie americane e israeliane forti».
Trump sembra confuso nelle sue analisi e nelle sue relazioni: è davvero così o c’è una strategia che sfugge?
«La strategia esiste ed è epocale. Ma gli interpreti non sono sempre all’altezza. Quella americana è una strategia da cambio d’epoca. Il mondo si va riorganizzando in sfere d’influenza e la cifra dominante del prossimo mezzo secolo sarà la forza. Ritardare l’ascesa dei principali avversari è una strategia antica e sempre efficace. Pechino resta a guardare per il momento ma la sua preoccupazione è superiore alla sua ambizione».
Come fa l’azionista di maggioranza a definire “tigre di carta” la sua stessa alleanza militare?
«In questo senso dico che gli interpreti sbagliano. È come voler mandare a fuoco un piano della casa in cui abiti. Il che non toglie che gli alleati della NATO non siano stati all’altezza in molte circostanze. Personalmente ricordo quanto iniziai a scrivere discorsi per l’allora Ministro della Difesa italiano e si parlava di “burden sharing”, di necessità di dividere più equamente gli oneri finanziari e non solo tra le due sponde dell’Atlantico. Era il 2000 e il Ministro si chiamava Sergio Mattarella».
La Russia di Putin sembra impantanata: quali prospettive vede su quel fronte?
«Alla Russia sta bene così. Putin è impegnato nella più grossa operazione di riconversione industriale dai tempi della seconda guerra mondiale. Il fronte è congelato attorno alle due aree di interesse di Mosca ed è ragionevole immaginare che a un certo punto quei territori resteranno terra di nessuno, sotto l’egida russa. Un altro esempio di quelle guerre eterne a cui facevo cenno e di cui parlo nel libro».
Quando sarà possibile vedere risultati concreti della linea italiana, anche alla luce dell’azione della Farnesina?
«Solo quando la nostra azione sarà pienamente coordinata con Francia, Germania e Regno Unito. Il destino dell’Europa passa da questi quattro paesi e dalla loro convergenza. Peraltro, se una buona azione Trump sta facendo per noi europei è riportare il Regno Unito dritto in Europa, se non nelle forme giuridiche almeno nella piena convergenza politica ed operativa. Cosa che per noi è assolutamente necessaria».
In una guerra ad alta intensità, quanto conta davvero il soft power italiano?
«Conta moltissimo, altrimenti potremmo dire addio definitivamente a qualsiasi prospettiva di mediazione e di pace. Conta per il ruolo di Papa Leone. Conta perché accompagna tutti i nostri obiettivi. Se la premier Meloni ha potuto viaggiare nel Golfo nelle scorse ore è per la sua azione di Governo indubbiamente ma anche perché il nostro Paese rimane una superpotenza culturale e un riferimento di soft power a livello mondiale».
Siamo già dentro una guerra ibrida cognitiva, tra propaganda e manipolazione delle percezioni, senza rendercene conto?
«Ne siamo totalmente immersi. Droni attraversano continuamente i nostri cieli e sorvolano i nostri aeroporti. Le nostre democrazie sono inquinate da fake news e informazioni abilmente artefatte. L’avvento dell’intelligenza artificiale è una novità epocale, che oggi si addestra e impara da dalle nostre attività quotidiane. Lo spazio cibernetico è diventato il quinto dominio strategico, essenziale per combattere le guerre del futuro. Mentre parliamo, il Pentagono sta valutando l’acquisto di seimila robots umanoidi per andare al fronte. Le vecchie e le nuove guerre ibride si innestano le une sulle altre. E diventano così estreme ed eterne».
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