La pandemia non è il “cigno nero” che paventavano tanti economisti, su versanti diversi e spesso opposti dello spettro ideologico. Siamo dinanzi invece ad uno sconvolgimento generale al cui cospetto impallidisce qualsiasi shock finanziario: non ne è investito solo il sistema economico, ma tutta la società, fin dalle fondamenta.

Credo sia utile, nella ricorrenza del 1 maggio, provare ad immaginare come sarà domani il mondo del lavoro per poi formulare qualche proposta, con speciale riferimento al sistema bancario.

Salvo sparute minoranze, molti sostengono che sia necessario abbandonare il modello liberista che ha dominato la scena mondiale negli ultimi decenni per rifondare il capitalismo. Giusto. Ma su quali basi? Non credo serva una riedizione della disputa manichea su Stato e mercato, di cui invece già arriva l’eco, come se fossimo all’indomani della Grande Depressione.

È un’altra la contrapposizione da evitare: quella tra capitale e lavoro. E’ tempo quindi di interrogarsi sulla necessità di un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese. Le società occidentali – tutte, non solo quella italiana – sono percorse da una diffusa richiesta di partecipazione che riguarda tutti gli ambiti della vita pubblica. Procede in questo senso, peraltro, anche lo sviluppo tecnologico, che sulle ali della rivoluzione digitale sta imponendo nuovi modelli di produzione e consumo condivisi.

Questa spinta alla partecipazione, se ostacolata, può però rivolgersi contro la stessa società che l’ha generata, erodendone le fondamenta. Ecco perché è importante canalizzarne il flusso, un compito che spetta certo alla politica, ma soprattutto agli attori sociali più rilevanti, ai soggetti deputati alla trasformazione sociale, come il sindacato.

Per la Cisl non si tratta di una novità: la partecipazione dei lavoratori fa parte del suo Dna storico, come ha ricordato Annamaria Furlan nel 70esimo anniversario della fondazione, citando la proposta sul risparmio contrattuale. Nel contesto italiano una felice eccezione, non di rado mal compresa nella sua carica innovativa.

In realtà elaborazioni simili, fondate sull’idea di abbattere la separazione netta tra capitale e lavoro, ricorrono fin dagli anni della ricostruzione post bellica tra le forze riformiste europee. Tutte puntano, per una via o per l’altra, ad allargare ai lavoratori e ai loro rappresentanti la governance delle imprese. Dalle più audaci, come l’inattuato piano dello svedese Meidner, alla cogestione tedesca (Mitbestimmung) e alle forme di partecipazione finanziaria previste dal Code du Travail francese nate negli anni Sessanta del secolo scorso. I modelli partecipativi tedesco e francese rappresentano le due incarnazioni storicamente più riuscite, ben diversi l’uno dall’altro, ma accomunati dall’idea di fondo che la cooperazione porta risultati migliori dello scontro. Non sarebbe azzardato se il sistema bancario, con la rinnovata centralità che ha assunto in questa fase nevralgica per il Paese, facesse da banco di prova di un nuovo capitalismo realmente partecipativo, magari trovando al problema della coesistenza tra interessi diversi una soluzione originale.

La nostra proposta prevede di convogliare una piccola parte della retribuzione annuale dei lavoratori sull’acquisto di azioni, per poi raccogliere queste ultime in un voting trust, titolato ad esprimersi negli organi sociali, a seconda del modello di governance adottato dalle imprese. In questo modo si eviterebbe il problema del frazionamento del diritto di voto, dando realmente voce e peso alla partecipazione azionaria di tutti i lavoratori. Le risorse del trust non sarebbero gestite direttamente dai sindacati, ma da un trustee, un gestore esterno, rigidamente vincolato a un mandato condiviso tra le parti sociali. In definitiva si tratta di sfruttare l’esperienza francese della partecipazione finanziaria strutturata e ricorrente, per addivenire alla partecipazione decisionale, strategica tipica del modello partecipativo tedesco.

Sono convinto che una governance multi-partecipata sia l’unica strada possibile per ricondurre le banche alla funzione sociale che loro assegna la Costituzione. E che un salto culturale di questo tipo sia reso non più rimandabile proprio dalla curvatura che sta assumendo la storia.

Le banche italiane si sono trovate letteralmente scaraventate al centro della scena dalla decisione presa dal governo di farne il perno della sua risposta alla crisi. Dopo la moratoria sui mutui, il decreto Liquidità ha caricato il sistema di una serie di oneri difficili da fronteggiare nell’attuale cornice normativa. Il sistema bancario deve essere posto dalle Istituzioni nelle migliori condizioni per poter essere realmente strumento di politica pubblica, cinghia di trasmissione delle politiche economiche. È necessario che lo Stato disciplini, coordini e controlli l’esercizio del credito come prevede l’articolo 47 della Costituzione, evitando di praticare lo scaricabile. Le banche, da parte loro, devono adottare rapidamente soluzioni organizzative ad hoc e procedure semplificate per l’erogazione del credito, evitando di inondare giornalmente le lavoratrici ed i lavoratori di istruzioni che sostituiscono, modificano, implementano quelle del giorno precedente. Sino ad oggi l’assistenza alle famiglie e alle imprese è stata possibile grazie al senso di responsabilità delle lavoratrici e dei lavoratori, che, sottolineo, hanno continuato a lavorare incessantemente sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria ed oggi sono sottoposti ad un vero e proprio tour de force.

Non di rado hanno già pagato sulla loro pelle – con minacce e insulti, episodi di vandalismo – per colpe non proprie. È bene dirlo con chiarezza: le lungaggini che si sono registrate per le moratorie, per le anticipazioni della Cig e per l’erogazioni dei prestiti non dipendono dalle lavoratrici e dai lavoratori. Sarebbe profondamente ingiusto, e pertanto inaccettabile, se per l’infernale operatività ai quali sono sottoposti, dovessero incorrere in contestazioni disciplinari o, addirittura, dovessero subire conseguenze penali.

La cabina di regia tra sindacati e Abi si è dimostrata efficace finora nel garantire condizioni di massima sicurezza per lavoratori e clientela. Il 28 aprile abbiamo sottoscritto il protocollo per gestire la fase disegnata dal DPCM del 26 aprile. Riguardo al credito cooperativo e al settore assicurativo in questi giorni siamo al lavoro per la definizione di regole per la gestione della fase 2, ma è necessario che il Governo e le banche prevengano qualsiasi conseguenza negativa a carico delle lavoratrici e dei lavoratori.

*Segretario generale First Cisl

Riccardo Colombani*