Da ormai un anno, la maggior parte dei lavoratori è costretto a riunirsi sulle piattaforma di conference call che hanno sostituito le sale riunioni degli uffici. Una delle app che è ‘cresciuta’ di più è Zoom. Infatti in 365 giorni ha avuto un boom di utilizzatori fiano al 470% in più di utenti. Infatti è ormai diventata quasi una cosa del tutto naturale vedere i colleghi sulla una griglia che appare sullo schermo del computer o del proprio smartphone. Ogni persona è visibile in un quadratino che si illumina una volta che si inizia a parlare. Uno studio condotto l’università americana di Stanford ha elencato quattro problemi psicologici che sono una conseguenza del passare la maggior parte del tempo a lavorare su Zoom.

Il primo è stato definito “fight or flight survival” in italiano la sopravvivenza combatti o fuggi e il professore di comunicazione dell’università Jeremy Bailenson spiega: “nessuno si aspetta che gli istinti primordiali entrino in azione durante la tua riunione delle 9 del mattino. Ma è esattamente quello che succede. Quella griglia di facce simula un incontro in cui ci si trova di fronte a un confronto in uno spazio ridotto“. Per rendere più reale la sensazione, basti pensare all’atmosfera che si crea in ascensore dove le persone che non si conoscono di solito tendono ad abbassare lo sguardo ed evitare ogni tipo di contatto, su Zoom questo non è possibile. La piattaforma “soffoca tutti con lo sguardo”. Tutti pensano che stiano solo fissando una telecamera ma secondo il professore, al di fuori sembra una simulazione di un confronto e si innesca cosi l’istinto di lotta o di fuga.

La seconda è il Non-verbal internet cues, ovvero spunti non verbali su internet. Secondo il professore, l’essere umano non è abituato a socializzare in un ambiente virtuale anche perché non è in grado di cogliere i segnali non verbali di chi si ha dall’altra parte dello schermo. Da casa c’è anche la sensazione di lontananza. Infatti è dimostrato che il 15% delle persone parlano a voce più alta su Zoom.

Il terzo problema riguarda il Constant mirror and self-evaluation che significa specchio costante e autovalutazione. La maggior parte degli utenti tende a guardare sempre e solo il suo riquadro ed è una cosa normalissima. Per immaginare anche questa sensazione basta pensare ad un assistente che segue qualcuno con uno specchio in modo da poter permettergli di vedere costantemente la propria faccia. Su Zoom si fa una costante autovalutazione che può portare ad un aumento dello stress. Il Constant mirror and self-evaluation è un problema che riguarda maggiormente il lato femminile degli utenti di Zoom. A convalidare questa tesi è lo stesso professore Bailenson che cita uno studio separato concludendo che lunghi periodi di auto-focalizzazione possono “preparare le donne a sperimentare la depressione“.

L’ultimo nella lista ma non il meno importante è il Stuck in the box ovvero la sensazione degli utenti di essere bloccati in una scatola. Questa percezione può limitare le capacità mentali di chi ad esempio fa un lavoro creativo. Il restare fermi davanti alla telecamera per non uscire dall’inquadratura significa limitare i movimenti naturali che sono diversi da persona a persona. Ad esempio c’è chi per pensare o esprimere un concetto ha bisogno di camminare o muoversi.

Bailenson a tutti questi problemi ha anche elencato delle soluzioni che ognuno può mettere in atto. Infatti, consiglia a chi ancora oggi è costretto a riunioni di lavoro telematiche di nascondere dal proprio schermo il proprio quadrante della grigia dove si vede la propria faccia, oppure si può optare per le riunioni telefoniche o usare addirittura una telecamera esterna cosi da poter permettere di muoversi e non sentirsi giudicati ed uscire “fuori dalla scatola di Zoom“.

Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia