Ogni fine anno la politica è chiamata a un esercizio semplice solo in apparenza: distinguere tra ciò che è stato fatto e ciò che è stato promesso. Non è un rito contabile, ma un test di credibilità. Eppure, anche quest’anno, il bilancio pubblico del governo rischia di essere più narrativo che politico. Gli annunci non sono mancati. La stagione che si chiude è stata scandita da parole chiave forti: crescita, riforme, semplificazione, centralità del lavoro, rilancio dei territori. Il problema è che, alla prova dei fatti, molte di queste parole non hanno ancora trovato una traduzione coerente nelle politiche pubbliche.

Meloni, la manovra di fine anno è emblematica

La manovra di fine anno è emblematica. Presentata come strumento di visione, si è rivelata soprattutto un esercizio di galleggiamento: poche scelte strutturali, molte micro-misure, una distribuzione delle risorse che tende a rinviare le decisioni più complesse. Non è un giudizio ideologico, ma un dato politico: governare significa scegliere, e scegliere significa anche rinunciare agli annunci generalisti.

Manca una strategia chiara

Il tema del lavoro ne è un esempio evidente. Promesso come asse centrale dell’azione di governo, resta ancora prigioniero di interventi parziali: bonus, correttivi, proroghe. Manca una strategia chiara su salari, produttività, politiche attive. E quando la strategia manca, la politica si rifugia nella comunicazione. Stesso discorso per la semplificazione amministrativa. Dichiarata priorità assoluta, è rimasta in larga parte un titolo. Le imprese e i professionisti continuano a confrontarsi con procedure incerte, tempi imprevedibili, norme stratificate. Il paradosso è che tutti ne riconoscono la necessità, ma nessuno sembra disposto a pagarne il costo politico. Anche il rapporto con i territori è rimasto sospeso tra promesse e ambiguità. Si parla di autonomia, di valorizzazione delle comunità locali, di responsabilizzazione degli enti, ma senza sciogliere i nodi veri: risorse, competenze, capacità amministrativa. Senza questi elementi, l’autonomia rischia di restare uno slogan, non una riforma.

Non si chiedono miracoli, ma coerenza

Nel mio lavoro di rappresentante di interessi presso la Camera dei deputati, questo scarto è quotidiano. La società organizzata – imprese, associazioni, professioni – non chiede miracoli, ma coerenza. Chiede che ciò che viene annunciato trovi un seguito normativo chiaro, verificabile, misurabile. Chiede meno promesse e più affidabilità. Il punto, allora, non è se questo governo abbia “comunicato bene” o “retto politicamente”. Il punto è se abbia trasformato il consenso in decisioni strutturali. E su questo, il bilancio resta interlocutorio. Un governo riformista non si misura dal numero di conferenze stampa, ma dalla capacità di chiudere i dossier aperti. Dal coraggio di affrontare i nodi impopolari. Dalla disponibilità a essere giudicato sui risultati, non sulle intenzioni.

Meloni, il racconto non governa

Il 2026 offrirà nuove occasioni. Ma la politica non può permettersi di azzerare il contatore a ogni dicembre. Le promesse non realizzate non scompaiono: si accumulano. E prima o poi presentano il conto, sotto forma di sfiducia. Un bilancio serio non serve a colpire un avversario, ma a ristabilire un principio elementare: governare significa fare delle scelte e risponderne. Tutto il resto è racconto. E il racconto, da solo, non governa.

Daniele Abbate

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