L'editoriale
Gratteri e il suo “facciamo i conti”: l’arroganza del potere
Le parole sono pietre. Ma quando a pronunciarle è un Procuratore della Repubblica in carica, un uomo che ha il potere di disporre della libertà delle persone, smettono di essere pietre e diventano clave. E se vengono brandite contro la stampa libera, non possono che suscitare – usiamo l’espressione dovuta – un allarme democratico. “Su Sal Da Vinci scherzavo, e con voi del Foglio dopo il referendum faremo i conti. Voi speculate, poi getteremo una rete”.
L’attacco rivolto da Nicola Gratteri al quotidiano Il Foglio non è una semplice caduta di stile. È la radiografia di un potere che si percepisce come assoluto e insindacabile. Quelle espressioni – “faremo i conti” e “getteremo una rete” usati come risposta a una verifica sulle fake news diffuse in tv – sono un manifesto culturale, e meglio di tanti altri episodi (altro che la Bartolozzi!) testimoniano del clima avvelenato di questa campagna referendaria, e chiariscono chi lo genera e lo alimenta.
Gratteri non è un magistrato qualunque. È il volto televisivo e l’idolo incontrastato del fronte del “No”. È l’incarnazione di una giustizia in cui il PM non è un servitore dello Stato incaricato di cercare prove, ma un giustiziere etico, una star mediatica che usa i talk show come aule di tribunale. Per chi si nutre di questo divismo, la stampa libera non è il cane da guardia della democrazia, deve solo ridursi a megafono ubbidiente delle Procure. Se una redazione osa non allinearsi, se osa smascherare le bufale o fare il fact-checking ai magistrati, viene trattata come un bersaglio da zittire. “Getteremo una rete”. Una metafora agghiacciante, che evoca l’uso della giurisdizione come pesca a strascico, capace di distruggere vite e reputazioni prima ancora di un processo.
In tutto questo, dove sono i paladini della libertà di stampa? Dove sono i sinceri democratici della sinistra, sempre pronti a stracciarsi le vesti per una parola fuori posto di un avversario politico, ma sordi e ciechi di fronte alle minacce di un procuratore a un giornale? Il loro silenzio è drammaticamente complice. Pur di sfruttare la clava giudiziaria contro l’esecutivo, tollerano qualsiasi arroganza. La prepotenza di chi si sente padrone delle nostre libertà dovrebbe spaventare tutti. Se un magistrato apicale si sente in diritto di minacciare in questo modo una nostra collega, provate a immaginare con quale ferocia questo stesso sistema possa schiacciare un cittadino qualunque, un sindaco o un piccolo imprenditore che finisce per caso nel suo mirino e nella sua “rete”.
Ecco perché il 22 e 23 marzo non voteremo su freddi tecnicismi. Votare Sì alla separazione delle carriere e all’Alta Corte disciplinare significa mettere un argine vitale a questa onnipotenza. Significa ricordare a chi indossa la toga che è soggetto alla legge, non al di sopra di essa. E serve a smantellare un sistema che non tollera controlli e punisce il dissenso. Se non lo fermiamo con il nostro voto, la “rete”, prima o poi, la getteranno su tutti noi.
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