«Umiliati e offesi». Come il titolo del romanzo di Dostoevskij. Così l’avvocato Domenico Pennacchio descrive il calvario di Marina, sua assistita, mamma di 32 anni di Napoli che ha trascorso in carcere 2 anni e 10 mesi con l’accusa di aver tentato di uccidere le sue due figlie di 3 mesi e 3 anni imbottendole di medicinali: barbiturici, calmanti, sciroppi a base di ammonio, benzodiazepine. Accusa da cui Marina è stata assolta con formula piena prima dal Tribunale di Roma, il 15 luglio scorso, e poi dal Tribunale di Napoli una settimana fa. Nessun tentato omicidio. La donna è innocente.  I valori di alcune sostanze nel sangue delle bimbe erano altissimi non perché Marina le stesse avvelenando, ma perché l’organismo delle piccole non era in grado di metabolizzare velocemente quei principi attivi, che così ristagnavano negli organi per molto tempo, come se fossero state avvelenate, scrive il Corriere della sera che per primo ha raccontato la vicenda. La conseguenza, molto probabilmente, di una patologia genetica che nessuno dei sanitari delle due strutture ospedaliere che avevano avuto in cura le bambine, il Santobono di Napoli e il Bambin Gesù di Roma, avevano preso in considerazione. E che è emersa grazie a un genetista nominato dalla difesa. Ora Marina è libera e aspetta di poter riabbracciare le sue bambine che al momento si trovano in una struttura protetta.

Il suo dolore, però, nessuno potrà cancellarlo, dice la donna che ha gridato invano la propria innocenza per ben 34 mesi, dietro le sbarre della sua cella. Prima a Pozzuoli, dove ha rischiato anche il linciaggio da parte delle altre detenute, perché la legge non scritta del carcere non perdona chi commette delitti contro i bambini. E quindi a Benevento dove è stata trasferita. Una lunga reclusione che le ha anche impedito di allattare e veder crescere la terza delle sue figlie, nata solo due mesi prima dell’ingresso in carcere della donna il 16 gennaio del 2017.
«Ci sono voluti tre lunghi anni e due lunghi dibattimenti per far emergere la verità», afferma l’avvocato Pennacchio. «Una verità che sarebbe potuta venire a galla molto prima se coloro che hanno avuto la possibilità di decidere sulla questione avessero avuto la libertà mentale di farlo senza pregiudizi. Invece pubblici ministeri, consulenti dell’accusa, magistrati del Tribunale dei minorenni che si sono approcciati a questa vicenda, si sono lasciati suggestionare dal fatto che queste due sorelline avessero avuto qualcosa di lontanamente analogo, ma non hanno mai voluto approfondire i fatti. Il sillogismo è stato: la stessa mamma, due sorelline con la stessa patologia, quindi è stata la mamma. Non c’è stato lo sforzo di approfondire quali fossero i sintomi delle due bambine, che tipo di sostanze fossero state riscontrate nelle urine dell’una e nel sangue dell’altra», accusa l’avvocato Pennacchio.

«Per fortuna abbiamo trovato dei magistrati, sia a Roma che a Napoli, che non hanno avuto pregiudizi. Il tribunale di Roma ha pronunciato una sentenza di assoluzione nonostante i periti nominati dallo stesso tribunale avessero ritenuto responsabile la madre. Il tribunale, quindi, non ha recepito acriticamente la ricostruzione dei propri periti, ma ha ritenuto più credibile e condivisibile la tesi prospettata della difesa, anche grazie ai propri consulenti tecnici, perché era la sola che teneva conto di tutto quanto emerso dalle cartelle cliniche sia del Santobono di Napoli, che del Bambin Gesù di Roma», spiega il legale. Le procure di Roma e di Napoli avevano chiesto rispettivamente per Marina 12 e 14 anni per il tentato omicidio delle due sorelline commesso, secondo l’accusa, a novembre del 2015 e del 2016. La prima delle bambine, Vittoria, di 3 mesi – scrive il Corriere ripercorrendo la vicenda – arriva al pronto soccorso dell’ospedale napoletano a novembre del 2015 con vomito, diarrea, cianosi, irrigidimento del corpo. Per alcuni medici si tratta di una forma di epilessia, per altri di emiplegia alternante. Alla piccola viene somministrato prima uno sciroppo a base di barbiturici, poi un altro medicinale a base sedativa, Dosi massicce che non portano a nulla e Vittoria entra in coma con nello stomaco un mix di principi attivi dei farmaci che aveva assunto. Dopo un mese, nonostante la terapia fosse stata sospesa, nel corpo della piccola ci sono ancora tracce di sedativi e ammonio. I medici si convincono che sia stata all’avvelenata e la madre Marina viene segnalata al Tribunale dei minorenni.

Ma la storia non finisce qui. A novembre dell’anno successivo l’altra figlia Asia, di 3 anni, viene trasferita dal Santobono al Bambino Gesù di Roma a causa di una violenta crisi respiratoria. Nel passaggio da un ospedale all’altro non viene però trasferita la cartella clinica. Viene trasmessa soltanto una nota di accompagnamento dove non sono riportati i farmaci con cui la bambina è stata trattata a Napoli. L’analisi delle urine rileva la presenza di benzodiazepine, per i medici non ci sono altre spiegazioni e anche stavolta sotto accusa finisce la mamma. Ma l’avvocato Domenico Pennacchio con i suoi consulenti ha dimostrato che quelle tracce di sedativi altro non erano che il principio attivo del medicinale usato in rianimazione a Napoli, il principio attivo che, proprio a causa della probabile mutazione metabolica e genetica, il corpo della bimba non era riuscito ad espellere. Secondo i pubblici ministeri Marina sarebbe stata affetta della sindrome di Polle: un disturbo mentale che spinge un genitore a infliggere un danno fisico ai figli per farli ritenere malati e attirare invece l’attenzione su di sé. Ma la difesa riesce a smontare al tesi del consulente dei pm e due successive perizie psichiatriche dimostrano come la donna non si affetta da alcun disturbo della volontà, ma sia assolutamente capace di intendere e di volere.
E ora la sola che Marina vuole è riabbracciare le sue bambine.