I dati ieri pubblicati dal Riformista sono davvero pieni di significato e aprono ancora una volta ad un dibattito sulla detenzione, sull’uso della custodia cautelare in carcere e più in generale sulla funzione rieducativa della pena. In Campania, cioè, oltre 2mila persone sono finite in cella tra gennaio e giugno di quest’anno, sicché la nostra Regione si piazza al secondo posto, in questa poco lusinghiera classifica, dietro alla Lombardia. Eppure siamo davanti a un momento in cui si sta riflettendo molto sulla riforma del processo penale, sulla prescrizione e sulla improcedibilità che preludono a un sistema penale più efficiente ma soprattutto efficace, nonché a una giustizia penale che sia percepita come giusta e soprattutto che colpisca i reati per i quali davvero la risposta sanzionatoria deve essere adeguata alla loro gravità, dunque senza eccedere o abbandonarsi al giustizialismo. Davanti a un numero così consistente di arresti vi è da chiedersi se il carcere sia davvero un rimedio cui si possa (o debba) ricorrere sempre o se non sia il tempo di misure alternative che possano evitare quello stigma della detenzione che, lungi dal concretizzare l’obiettivo della rieducazione della pena, può essere invece solo una misura di pena (specie se preventiva, nel caso della custodia cautelare in carcere).

Tutto questo ragionamento implica scelte politiche del Parlamento, ma anche una valutazione sull’uso del rimedio carcerario come un momento di “frizione”, se non come extrema ratio ovviamente, con il diritto fondamentale della libertà personale. Eppure sono stati questi mesi in cui la pandemia da Covid ha lasciato segni indelebili e avrebbe dovuto orientare scelte verso i sistemi alternativi al carcere.

Scrivo e rifletto su questo non solo per le evidenti ragioni che ho appena indicato, ma anche perché, ancora una volta, si avvertono quel senso profondo di incidenza negativa da parte della magistratura penale e quella sempre più effettiva sfiducia verso il potere giudiziario che, anche in parte qua, si è concretizzato nella elaborazione di un quesito referendario che si prefigge proprio l’obiettivo di limitare l’uso eccessivo della custodia cautelare in carcere. Con la proposizione del quesito referendario si tende, infatti, a ridurre il potere di applicazione della custodia cautelare in carcere, forse in modo anche eccessivo, ma certamente questo manifesta una sensibilità da parte della società che, diversamente da quanto molti sono indotti a ritenere, è attenta e vigile specialmente quando si tratta di difendere diritti naturali e fondamentali quali – e primo fra tutti – quello della libertà personale.

Allora io non credo che le file ai punti di raccolta delle firme a sostegno del referendum promosso dai Radicali siano composte da cittadini orientati politicamente o che abbiano da difendersi da una magistratura che sentono sempre più distante perché meno giusta. Ho già affrontato, proprio sulle pagine del Riformista, il tema dell’errore giudiziario e della responsabilità diretta dei giudici, ma qui si tratta di altro e cioè di capire chi, tra gli oltre 2mila individui finiti in carcere tra gennaio e giugno di quest’anno, soprattutto nei casi di custodia cautelare, meritasse davvero di varcare le soglie di un penitenziario, con tutto ciò che ne deriva in termini di “ferite” alla propria personalità, ovvero potesse accedere a sistemi alternativi di pena.

Ma il nocciolo della questione forse è sempre lo stesso: l’efficacia del sistema giudiziario penale si misura sulla capacità di dare risposte efficienti e immediate in situazioni che meritano anche la pena più severa, ma dev’essere messo in condizione di funzionare in modo corretto. Lo scrivo in questo tempo in cui si parla di riforme della giustizia, anche in chiave europeistica, perché non si perda una doverosa occasione. Perché – è lo dico con grande convinzione – se la giustizia penale non funziona si allarga sempre di più il divario tra potere giudiziario e cittadini e la fila per raccogliere le firme per il deposito dei quesiti referendari sulla giustizia è destinata ad allungarsi ogni giorno di più. È indispensabile, invece, ridurre questa distanza e il mio appello è a tutti i magistrati che in questo settore hanno in mano il destino del rapporto con i cittadini. Non credo che si possa attribuire tutta la colpa al processo penale, alle sue modalità di svolgimento e alle regole che sono dettate dalle norme perché a interpretare queste ultime ci sono gli uomini, con il loro equilibrio e la loro responsabilità che, soprattutto con riferimento alla custodia cautelare in carcere, impongono di adoperare particolare equilibrio e senso di giustizia, evitando qualsiasi forma di eccesso. (nicola graziano)