Il colorito abbronzato è indice di salute nell’immaginario occidentale contemporaneo. In effetti, l’esposizione al sole di un adulto per soli 20 minuti al giorno in primavera e in estate stimola la produzione di 40 microgrammi di vitamina D (4 volte di più della quantità raccomandata ma che non nuoce, anzi) necessaria all’assorbimento del calcio nell’intestino. Il sole dona anche un senso di benessere e di rilassamento attraverso il rilascio di ormoni quali le endorfine; fa perdere elasticità, luminosità e turgore alla pelle. Ma la luce solare può anche generare danni seri a breve e a lungo termine. Il rischio è legato alle radiazioni solari UVB (Ultravioletti B) e UVA (Ultravioletti A). Gli UVB hanno una forte carica energetica ed effetti soprattutto sugli strati più superficiali della pelle (epidermide).

Sono i principali responsabili della reazione immediata provocata dal sole sulla cute, che può dare origine a una “scottatura” che, nei casi più seri, risulta una vera e propria ustione. L’esposizione prolungata e ripetuta agli UVB favorisce mutazioni nelle cellule epidermiche e quindi lo sviluppo di precancerosi, quali le cheratosi attiniche, e di tumori. Più subdola è l’azione dei raggi UVA, meno potenti degli UVB, ma capaci di penetrare più in profondità, fino al derma. Danneggiano il DNA in modo indiretto, attraverso la formazione di diverse specie radicaliche dell’ossigeno. L’esposizione prolungata agli UVA è la principale responsabile dell’invecchiamento precoce della pelle oltre che di tumori. Durante l’inverno, le radiazioni UV sono più deboli (sebbene il riflesso della neve possa arrivare a raddoppiare l’esposizione complessiva, specialmente in alta montagna). Ma è soprattutto d’estate che, per acquisire un colore ambrato, si può mettere in pericolo la propria salute con “scottature” e aumento del rischio di melanoma (tumore altamente maligno della pelle). La convinzione che l’abbronzatura sia salutare è un mito da sfatare. In realtà è la reazione della pelle che accentua la propria pigmentazione per difendersi da ulteriori danni da radiazioni UV.

Non è vero neppure che il fatto di essere abbronzati protegga dal sole. In realtà, una tintarella intensa in un soggetto di razza caucasica conferisce un fattore di protezione (Spf) pari a 4. Anche l’esposizione in una giornata nuvolosa non è esente da rischi. Fino all’80% delle radiazioni UV del sole può penetrare attraverso le nuvole e la presenza di foschia può addirittura aumentare l’esposizione alle radiazioni UV. Quasi lo stesso discorso vale se ci si trova nell’acqua, la quale fornisce una minima protezione dalle radiazioni UV ed elimina (come la sudorazione) ogni traccia di crema protettiva che va applicata nuovamente quando ci si tuffa, si fa una doccia, si suda e così via. Il corretto uso di creme solari non permette di prolungare l’esposizione quanto si vuole crogiolandosi al sole per ore. Gli schermi solari consentono solo di aumentare la protezione durante un’esposizione sennata. Dermatologi australiani hanno effettuato Studi da cui emerge un aumento dei tumori cutanei in chi usava la crema solare. Non per l’impiego del filtro in sé. Ma perché il suo utilizzo portava tali soggetti a credere di poter stare più a lungo sotto il solleone. Da qui l’impennata dei carcinomi. Non basta stendere la crema una volta sola in tutta la giornata.

I soggetti con fototipo basso (mediterraneo) non possono esimersi dall’uso della protezione solare. Di certo le persone dalla carnagione scura incappano meno nel melanoma. Non a caso gli svedesi si ammalano di più, proprio perché biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri. Lo stesso vale per i piemontesi, rispetto ai siciliani. Ma il tipo latino è al riparo da altre neoplasie, come il basalioma o il carcinoma spinocellulare. E’ errato anche ritenere che inframmezzando con alcune pause il bagno di sole si evitino le “scottature”, in quanto l’esposizione ai raggi UV è cumulativa. Infondato è anche il pregiudizio che, se non si sente caldo, vuol dire che non ci si sta scottando.

Quali sono allora le precauzioni da prendere perché la fotoesposizione sia salubre? In primo luogo, si deve evitare di esporsi al sole nelle ore centrali della giornata. E’ una regola che vale per tutti, ma è tassativa per i bambini, i soggetti con fototipo alto (pelle chiara) e quelli con numerosi nevi. E risulta particolarmente utile un consumo elevato di alimenti antiossidanti come cioccolato, vino rosso, tè verde e nero, pomodori, kiwi, spinaci. La crema solare andrebbe applicata generosamente ogni 80 minuti anche in caso di giornata grigia e se si resta sotto l’ombrellone, perché i raggi si riflettono ugualmente. E’ sconsigliabile spalmare la crema dopo l’arrivo in spiaggia; la protezione andrebbe adoperata almeno 30 minuti prima dell’esposizione al sole perché possa essere assorbita. Le creme protettive prescritte dal Dermatologo schermano sia i raggi UVA che UVB. Devono essere applicate correttamente, ossia se ne devono spalmare circa 2 mg ogni centimetro quadrato di pelle, altrimenti la funzione protettiva è minore. Il che significa, per una persona di media corporatura, usarne almeno 40 mg a volta, fino a realizzare uno strato visibile su ogni parte del corpo. E’ necessario rammentare di proteggere anche le labbra e il cui cuoio capelluto di quegli uomini in cui non è più protetto dai capelli. In tal caso bisogna tutelare il capo perché il sole ci colpisce dall’alto e la testa è la parte più bersagliata.

Dopo le “scottature” solari la pelle sembra guarire, ma il danno è in realtà inestinguibile. La conseguenza prodotta da una dissennata esposizione al sole è una cicatrice biologica invisibile a occhio nudo che non può essere sanata dal tempo, perché tocca il DNA delle cellule cutanee. Gli effetti nocivi delle radiazioni ultraviolette sono infatti permanenti e cumulativi: il danno di oggi non viene cancellato, ma si somma a quello di domani, dopodomani e così via. Danni che sulla pelle si traducono in rughe, perdita di elasticità dei tessuti, fino alla genesi di tumori. Dai più comuni carcinomi basocellulari, causati proprio dalla continua esposizione ai raggi solari (basti pensare a chi per lavoro sta tutto il giorno all’aria aperta), fino al melanoma, tipico dei “colletti bianchi”. Ovvero di chi trascorrere tutta la settimana in ufficio e nel weekend va a pesca o in barca vela.

Per molti, la stagione della spiaggia è preceduta da una “preparazione” sui lettini solari. L’esposizione alle lampade abbronzanti aumenta del 75% il rischio di sviluppare un melanoma nelle persone sotto i 30 anni. Il dato emerge da uno Studio dell’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, pubblicato sull’International Journal of Cancer. In Italia, la stima dei melanomi e dei decessi ad essi attribuiti si aggira attorno a 7.000 casi l’anno. Sono circa 13.000 gli esercizi commerciali autorizzati, ma nella sola regione Piemonte il 40% dei centri estetici risulta non in regola.
E’ bene ricordare che tutti potrebbero essere salvati da una visita dal Dermatologo, lo specialistica più adeguato a distinguere un nevo inoffensivo da un iniziale melanoma.

Nazzareno Cammarota (dermatologo)

Nazzareno Cammarota