Il Tribunale di Napoli si piazza al terzo posto della classifica italiana per numero di procedimenti penali definiti tramite decreto di archiviazione: 12mila su 16mila totali, pari a circa il 75%. In altri termini, tre inchieste su quattro si concludono con un buco nell’acqua. Il dato è tratto da un’indagine basata su statistiche curate dal Ministero della Giustizia.

Un così alto numero di inchieste e conseguenti archiviazioni impone una serie di riflessioni. E la prima non può che riguardare l’irrazionalità del sistema penale italiano nel quale sono contemplate circa 6mila fattispecie di reato alle quali si aggiungono quelle di origine giurisprudenziale: un numero spropositato, soprattutto alla luce delle scarsissime risorse a disposizione degli uffici giudiziari. Il paradosso nel paradosso è costituito dal fatto che il nostro sistema punta a perseguire ognuna di quelle 6mila e più fattispecie di reato: è il principio di obbligatorietà dell’azione penale che impone a un pm di aprire un fascicolo anche per comportamenti che ben potrebbero essere colpiti con semplici sanzioni amministrative.

Seconda riflessione: tra le 12mila inchieste concluse con un decreto di archiviazione figura un numero non quantificabile in questa sede, ma senz’altro non trascurabile, di procedimenti penali che stravolgono la vita e le carriere di migliaia di persone, salvo poi rivelarsi più o meno clamorosi errori giudiziari. Non bisogna dimenticare, infatti, che il caso Tortora ebbe un’origine napoletana e che il distretto di Corte d’appello partenopeo è da anni ai vertici della poco lusinghiera classifica di quelli dove si registra il maggior numero di persone ingiustamente arrestate.

Ma le statistiche sui procedimenti penali definiti dal Tribunale di Napoli impongono considerazioni anche di carattere extragiuridico. Un numero così alto di inchieste e di successive archiviazioni induce a porsi degli interrogativi sulle inefficienze amministrative, sulla strumentalità della politica, sull’analfabetismo civile, sul disagio economico-sociale e su tutte le complesse dinamiche che costituiscono l’ideale brodo di coltura di quei comportamenti che la magistratura è chiamata a verificare ed eventualmente a sanzionare. Insomma, tutti quei procedimenti penali ci ricordano che la giustizia non è materia per soli addetti ai lavori, ma un tema universale che va affrontato secondo diversi punti di vista e competenze trasversali.

Ed è per questo che la riforma Cartabia è un punto di partenza fondamentale per curare i mali del sistema giudiziario a livello tanto locale quanto nazionale e, dunque, per ricostruire quell’indispensabile rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni. Un’ulteriore svolta in questo senso potrà derivare dal referendum per la giustizia giusta promosso dai Radicali e sostenuto con convinzione dal Riformista. Soprattutto in un territorio martoriato dalla criminalità e dall’inefficienza della Pubblica Amministrazione come quello campano, tuttavia, la riforma delle indagini e del processo penale non basta. Occorre intervenire contestualmente sull’organizzazione e sull’attività degli enti pubblici, oltre che ristrutturare settori cruciali come il welfare e l’istruzione. Altrimenti Procure e Tribunali continueranno a essere ingolfati, ma non saranno sciolti i nodi che paralizzano la crescita della Campania e del resto d’Italia.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.