Un triangolo molto stabile
Il calcio italiano e la follia di fare sempre le stesse cose: la lezione di Marchionne e il sistema che continua a guardare indietro
Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. La frase viene spesso attribuita ad Albert Einstein, anche se quasi certamente non è sua. Ma è difficile trovare una definizione migliore per descrivere il sistema del calcio italiano. Basta guardare al dibattito di queste settimane sulla successione alla guida della Figc. Il totonomi propone, quasi sempre, figure che a vario titolo hanno già frequentato la sede della Lega di Serie A. Più che l’età dei candidati — che di per sé non è certo un problema — colpisce la sensazione che il sistema continui a guardare indietro invece che avanti.
Eppure il problema del calcio italiano non è il presidente federale di turno. Il problema è il sistema. Un sistema costruito su un triangolo molto stabile: Figc, Lega Serie A e politica. La federazione è formalmente il regolatore del calcio italiano. In teoria, avrebbe tutti gli strumenti per intervenire anche sulla composizione delle rose e sullo sviluppo dei giovani. Non sarebbe una rivoluzione. Dal 2005 la UEFA impone nei tornei europei la presenza di un numero minimo di giocatori “formati localmente” nelle liste dei club. La regola non viola la sentenza Bosman perché non riguarda la nazionalità ma il luogo di formazione ed è stata giudicata compatibile con il diritto europeo. Molte federazioni nazionali hanno seguito questa strada.
La Premier League richiede otto giocatori formati localmente nelle liste dei club. La Bundesliga impone requisiti molto severi sui vivai. La Liga ha regole rigide sulla composizione delle rose. In Italia il sistema esiste, ma è molto più debole. Il motivo è semplice: i club vogliono massima libertà sul mercato e pochi vincoli. Temono che ogni regola possa ridurre la competitività delle squadre. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti. In Serie A solo il 35% dei minuti è giocato da calciatori italiani. In Bundesliga siamo al 49%, in Ligue 1 al 52%, nella Liga al 61%. Persino la Premier League, spesso descritta come il campionato più globalizzato del mondo, fa meglio dell’Italia.
Intanto il divario con gli altri grandi campionati cresce. Gli stadi italiani hanno in media oltre sessant’anni, mentre in Germania, Spagna e Regno Unito si collocano tra i venti e i trenta. Anche nei ricavi la distanza è ormai strutturale: la Premier League fattura quasi tre volte la Serie A e siamo stabilmente dietro anche a Bundesliga e Liga. Alla fine il calcio italiano finisce per essere lo specchio del Paese: ancorato al passato e convinto di essere ancora tra i migliori. Sergio Marchionne lo diceva con brutale chiarezza: nel mondo non importa la nostra storia, né la nostra cultura. Conta una cosa sola, essere competitivi. E noi, purtroppo, non lo siamo più da molti anni.
© Riproduzione riservata







