Si intitola “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino” ed è un Position Paper, ovvero un documento che definisce, in maniera sintetica e argomentata, “proposte per contrastare le disuguaglianze sociali, economiche e di genere, sempre più profonde evidenziando il fallimento – accentuato dalla crisi della pandemia – dell’attuale sistema economico e politico. Il fallimento di un sistema patriarcale, sessista e razzista, dove lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente è da troppo tempo la norma”, come si legge nell’introduzione al documento.

Il Position Paper è stato redatto da un ampio gruppo di donne coordinato da D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, con i contributi di 68 esperte di 45 diverse associazioni femministe e femminili, della società civile, ONG e sindacati, ed è stato presentato a Roma il 9 luglio in collaborazione con DireDonne e l’agenzia di stampa Dire.

L’assenza delle donne dalle taskforce governative per definire le politiche per la ripresa dopo il lockdown, la loro tardiva inclusione solo dopo le proteste, come pure la parzialità delle proposte contenute nel documento redatto per il Dipartimento delle pari opportunità dalle Donne per un nuovo rinascimento avevano indubbiamente generato nel femminismo italiano un profondo senso di frustrazione.

Frustrazione tanto più forte di fronte, considerato quanto la tenuta del paese nella prima metà del 2020 sia dovuta al lavoro femminile, compreso il lavoro di cura, rimasto invisibile o disconosciuto per il perdurare di una visione stereotipata e tradizionalista delle donne, di uno strisciante o addirittura esplicito sessismo, che sono stati segnalati anche dal GREVIO, il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, come una delle cause dell’ancora incompleta attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia.

Il Position Paper “si inserisce nel percorso politico legato al 25esimo anniversario della Conferenza mondiale delle donne di Pechino che si celebra quest’anno. Nel corso del 2019 si sono tenute una serie di riunioni delle Nazioni Unite e della società civile in vista di una Assemblea generale dell’ONU – rinviata a data da destinarsi a causa della pandemia – che avrebbe dovuto rilanciare il processo innescato con la Dichiarazione e la Piattaforma d’azione adottate all’unanimità nel 1995 e combinarlo più strettamente con gli impegni assunti dai governi nell’ambito dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare i Target dell’Obiettivo 5 finalizzato a “Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze”.

Il Position Paper si concentra sulle sette aree tematiche che proprio le Nazioni Unite hanno individuato come centrali, a 25 anni da Pechino, per rimediare “a una promessa di uguaglianza e diritti che è stata in larga parte disattesa” secondo una delle coordinatrici del gruppo di lavoro, Marcella Pirrone, avvocata di D.i.Re e presidente di WAVE, Women Against Violence Europe, la rete europea dei centri antiviolenza che ha aderito al Position Paper insieme alla campagna europea Step Up! che WAVE coordina.

1. Sviluppo inclusivo, crescita condivisa e lavoro dignitoso
2. Povertà, protezione sociale e servizi sociali
3. Violenza maschile contro le donne
4. Partecipazione, accountability e istituzioni gender-responsive
5. Società pacifiche e inclusive
6. Protezione, conservazione e rigenerazione dell’ambiente
7. Istituzioni e meccanismi per l’uguaglianza di genere.

Le organizzazioni delle donne, comprese quelle che da oltre 30 anni sono la colonna portante del sistema antiviolenza in Italia, sono “agenti e motori imprescindibili di un cambiamento non più rinviabile”, ha chiarito aprendo la conferenza stampa Antonella Veltri, presidente di D.i.Re. Con questo Position Paper “non chiediamo, non offriamo, ma affermiamo con determinazione la necessità di un pieno riconoscimento da parte delle istituzioni i cui Piani, di fatto, hanno escluso ed escludono le associazioni di donne dagli ambiti decisionali e programmatori e dai livelli di governance”.

Per Claudia Pividori, esperta di diritti umani del Centro veneto progetti donna, che insieme a Marcella Pirrone, Elena Biaggioni, referente del Gruppo avvocate di D.i.Re e Alice Degl’Innocenti, vice presidente di Vivere Donna di Carpi e con il supporto di Daniela Colombo, economista dello sviluppo, ha curato la stesura del Position Paper “queste 7 aree devono diventare il fulcro di una nuova agenda politica. Le misure devono essere in grado di incidere sulla struttura socio-culturale patriarcale, mettendo in discussione le norme sociali e gli assetti economici e sociali che rendono le donne invisibili e negano il loro valore”.

Tra queste misure, Giovanna Badalassi, economista di Ladynomics, ha rilanciato “il bilancio di genere, uno strumento fondamentale in questo momento in cui l’italia dovrà decidere come investire 300 miliardi di aiuti dall’Europa, una occasione che non può essere mancata dopo 20 anni di sperimentazioni a livello di amministrazioni pubbliche, imprese e università”.
Il lockdown ha reso ancora più evidenti le criticità del lavoro femminile, ovvero livelli di occupazione bassi, impieghi precari, con un gender pay gap – cioè una disparità nelle retribuzioni di uomini e donne- del 24,5 secondo ILO e con un pension pay gap – cioè una differenza nell’ammontare delle pensioni percepite da uomini e donne – addirittura del 40 per cento secondo una ricerca di Action Aid, che ha partecipato alla stesura del Position Paper.
Per modificare questo stato di cose occorre “intervenire su una moltiplicità di levelli che solo se combinati possono avere un impatto significativo”, ha spiegato Stefania Pizzonia, presidente di LeNove, un’altra delle associazioni che hanno contributo al Position Paper, “a cominciare da un sistema territoriale di servizi per la cura dell’infanzia e delle altre persone dipendenti”. Ma sono “gli stereotipi sessisti l’ostacolo principale alla valorizzazione delle competenze delle donne che nella realtà sono attive in tutti i campi con risultati di eccellenza”, ha sottolineato Pizzonia. “L’investimento sulle donne potrebbe – secondo alcune stime dello stesso Ministero del lavoro – generare un incremento di 1 o 1,5 punti percentuali del PIL”.
“Il definanziamento dei sistemi sanitari, che ha creato forti disparità nell’accesso alla salute a livello territoriale, combinato con il feroce attacco portato avanti da movimenti conservatori fondamentalisti alla libertà femminile sta avendo un impatto drammatico sui diritti riproduttivi delle donne”, ha spiegato Stefania Graziani, sociologa di SNOQ-Torino. “Linee guida e formazione sulla medicina genere-specifica, concorsi riservati a medici non obiettori, contraccezione universalmente gratuita, prevenzione ed educazione alla salute sessuale e riproduttiva nelle scuole, un sistema informativo pubblico su contraccezione e IVG”, sono tra le proposte concrete elencate da Graziani per superare “una negazione sempre più grave dell’autodeterminazione delle donne in relazione al loro corpo”.
Stereotipi e sessismo “sono la radice culturale della violenza maschile contro le donne”, ha sottolineato Oria Gargano, presidente di BeFree, ricordando che “occorre rivedere con urgenza i criteri con cui sono accreditati i centri antiviolenza, per non negare la loro risorsa fondamentale, ovvero la relazione tra donne che nutre i percorsi di fuoriuscita dalla violenza, trasformandoli in servizi assistenziali e non spazi di empowerment”. La PAS “deve uscire definitivamente dai tribunali”, ha aggiunto Gargano, “investendo nella formazione adeguata di tutti gli operatori del sistema giudiziario”.

Per Maria Grazia Giammarinaro, giudice dell’associazione GIUdIT e Rappresentante speciale delle Nazioni per la tratta degli esseri umani, “di fronte alla tratta, che vede coinvolte migliaia di donne sul territorio italiano, occorre riconoscere competenze e capacità delle tante donne che sono invece agenti di empowerment. Lo Stato italiano, che si era dotato di una delle legislazioni più avanzate ed efficaci in materia, deve tornare ad applicarla senza condizionamenti, ovvero senza barattare il supporto sociale alla denuncia dei trafficanti, cosa che non tutte le donne sono in grado di fare”.
“La prospettiva dell’intersezionalità deve essere considerata in tutte le questioni affrontate dal position Paper”, ha ribadito l’antropologa Marina Della Rocca, “per cogliere le forme di volenza agite sul piano istituzionale che sono esacerbate da forme di discriminazione e di stereotipi che colpiscono tutte le donne, ma in particolare coloro che sono in percorso migratorio”. Per questo il Position Paper chiede “di rendere effettivo l’accesso al permesso di soggiorno ex art. 18bis nei casi di violenza domestica senza condizionarlo alla denuncia del maltrattante, e di sviluppare un sistema di accoglienza che consenta l’identificazione precoce delle vulnerabilità per facilitare l’accesso alle misure di protezione, compreso lo status di rifugiata”.

“La rappresentazione delle donne non può continuare a tradire la realtà della loro vita, giustificare la violenza maschile, minimizzare hate speech e body shaming”, ha affermato Mimma Caligaris, giornalista sportiva presidente della Commissione pari opportunità della Federazione nazionale della stampa e vice-segrataria dell’Unione della stampa sportiva italiana, che hanno contribuito al Position Paper insieme alle giornaliste di GIuLIA. “Pretendiamo un’applicazione rigorosa della Carta di Venezia, un Osservatorio sui media, e la formazione capillare non solo di chi lavora nei media ma in tutte le amministrazioni pubbliche, affinché finalmente diventi prassi l’adozione di un linguaggio di genere. Avvocata, medica, sindaca sono parole italiane”.
“Con il lockdown la natura è rinata, confermando il drammatico impatto dell’attività umana sul cambiamento climatico e sugli ecosistemi naturali”, ha fatto notare Laura Cima, ex parlamentare, ecofemminista e fondatrice di IF Iniziativa Femminista. “La parola chiave per cambiare questo trend è cura, partendo dall’esperienza delle donne che sono già ampiamente attive nei settori più innovativi ed ecostenibili dell’agro-alimentare, per un cambiamento di approccio non più rinviabile”.

Elena Biaggioni, avvocata penalista del Coordinamento donne di Trento e referente del Gruppo avvocate di D.i.Re, che ha coordinato la conferenza stampa, ha concluso invitando “a fare del Position Paper uno strumento di lavoro capace di unire, creare alleanze, sviluppare azioni concrete di dialogo con le istituzioni, come le organizzazioni delle donne e della società civile hanno dimostrato di saper fare. Perché la discriminazione è un doppio danno, per le donne e per la società”.