La polemica nata alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia attorno agli interventi di Virginia Libero e Marco Rocco De Luca non è soltanto una vicenda interna al Partito democratico. È il sintomo di qualcosa di più profondo: il cambio di pelle del centrosinistra italiano. Giorgio Amendola, tra i dirigenti comunisti più severi nel condannare la violenza politica degli anni Settanta, ricordava che una forza democratica non può essere indulgente verso culture che delegittimano istituzioni e avversari. La lezione resta attuale: chi aspira a governare deve avere confini culturali e politici riconoscibili. Il problema, però, è più grande dei singoli interventi. Il campo largo viene ormai presentato come il nuovo centrosinistra. Ma non sono la stessa cosa. Il campo largo è una formula elettorale; il centrosinistra è una cultura politica, una visione del governo, un’idea dell’Europa, dell’economia, della sicurezza e della politica estera.

Il Partito democratico nacque al Lingotto con l’ambizione di riunire culture democratiche, socialdemocratiche, riformiste e cattolico-democratiche. Oggi quella sintesi appare profondamente cambiata. Nel Pd convivono sensibilità diverse, e una sinistra più radicale ha acquistato spazio. È il segno di un cambio di pelle che non può essere ignorato. La prova più evidente arriva da Nova, la manifestazione del Movimento 5 Stelle a Milano. Il 91,7% degli iscritti ha votato contro la prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina. Giuseppe Conte ha rivendicato quel risultato come un mandato chiaro e preciso. Conte ha detto di non essere disposto a diluire il mandato ricevuto. Non è una posizione marginale: riguarda la collocazione internazionale dell’Italia, il ruolo dell’Europa e la sicurezza del continente. Come si può scrivere un programma comune se una forza della coalizione considera l’invio di armi a Kyiv una scelta da interrompere e il riarmo europeo da respingere, mentre il Pd mantiene una posizione diversa sul sostegno all’Ucraina?

Il pacifismo ha molte tradizioni, ma la pace non può cancellare la distinzione tra aggressore e aggredito. La diplomazia è indispensabile, ma la pace non può essere la semplice ratifica dei rapporti di forza imposti dalla guerra. Conte sembra aver fatto della questione delle armi una linea rossa. E allora: sta tirando la corda fino a spezzarla? Potrebbe essere una tattica negoziale per arrivare al programma comune con una posizione di forza. Ma potrebbe esserci anche un’altra strategia: costruire l’autonomia del M5S, presentare una propria lista con Conte candidato alla presidenza del Consiglio e puntare a diventare il primo partito dell’opposizione. Se nessuna coalizione raggiungesse il 42%, la partita della leadership potrebbe assumere un peso ancora maggiore. Dietrologia? Non tanto.

Programma, identità e leadership sembrano procedere insieme. Il punto è che il campo largo non ha ancora risolto il problema della propria identità. Il Pd di oggi non è più semplicemente quello del Lingotto. M5S e AVS non sono il centrosinistra. E la loro somma non lo produce automaticamente. Per costruire un’alternativa di governo non basta essere contro Meloni. Occorre sapere quale Europa, quale politica estera, quale sicurezza, quale economia e quale welfare si vogliono proporre agli italiani. Una forza democratica può essere larga, ma non indefinita. Il centrosinistra deve essere un progetto politico; il campo largo può essere una formula elettorale. Per governare un Paese, però, serve una cultura politica comune.