Alla base del castello accusatorio, oltre alle dichiarazioni dei pentiti, c’era anche un presunto errore di lettura. Nell’agendina di Giuseppe Puca, killer della camorra detto “O’giapponese”, era stato ritrovato un nome con accanto un numero di telefono. Quest’ultimo non era riconducibile al conduttore – emerse in seguito appartenesse a una sartoria – e il nome era “Tortona”, non “Tortora”. L’elemento dell’agenda venne comunque considerato una prova dagli inquirenti. Nessun legame rilevante con i primi accusatori venne poi riscontrato nelle indagini. Venne fuori soltanto una storia di centrini di seta: erano stati spediti dal carcere di Porto Azzurro alla redazione di Portobello. I centrini si persero e Giovanni Pandico, compagno di stanza del detenuto che aveva inviato i centrini, cominciò a scrivere lettere minatorie al conduttore. Tortora volle risolvere la questione con un rimborso di 800mila lire per la perdita dei manufatti ma Pandico aveva sviluppato una sorta di odio persecutorio nei confronti del conduttore. Spiegò quindi ai magistrati che i centrini non erano altro che un nome in codice per gli 80 milioni di una partita di coca.

Su queste basi si imbastirono le accuse coordinate dai sostituti procuratori Lucio Di Pietro e Felice Di Persia. Il giudice istruttore firmò così gli ordini di cattura tra cui quello destinato a Tortora. Con l’arresto a favore di telecamere cominciarono a diffondersi altre insinuazioni false e infamanti che accusavano Tortora di aver usufruito dei soldi del terremoto del 1980 in Irpinia, di aver comprato uno yacht con i proventi dello spaccio, di aver scambiato in più occasioni valigette con boss e affiliati alla criminalità organizzata. L’opinione pubblica fu sconvolta dalla notizia e l’Italia si divise tra innocentisti e colpevolisti. Il Messaggero arrivò a titolare che Tortora avesse confessato. La giornalista del L’Espresso Camilla Cederna approvò l’operazione. A difesa del conduttore si schierarono Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Indro Montanelli. A solo una settimana dall’arresto, e al dilagare di notizie e indiscrezioni non verificate, Biagi scrisse su La Repubblica un editoriale che titolava: “E se Tortora fosse innocente?”, e poi una lettera al Presidente della Repubblica Sandro Pertini. “Signor Presidente della Repubblica – scrisse Biagi – non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi da paura“. Dalla parte di Tortora si schierarono anche Piero Angela, Pippo Baudo e Leonardo Sciascia.