L’operazione militare statunitense in Venezuela ha generato condanne fondate sulla violazione del diritto internazionale. Ma l’interrogativo autentico non è se Trump l’abbia violato – probabilmente sì – bensì se l’Occidente possegga la credibilità morale per elevare questo principio a discrimine di legittimità politica.

Sarebbe ingenuo considerare Trump un’anomalia. Dal secondo Dopoguerra, gli Stati Uniti hanno relativizzato sistematicamente il diritto internazionale. Questa prassi ha unito democratici e repubblicani. I bombardamenti atomici furono ordinati dal democratico Truman. La Baia dei Porci da Kennedy. Il Vietnam da Johnson e Nixon. Serbia da Clinton; Afghanistan e Iraq da Bush; Libia da Obama. Come osservava Aron, “les États font ce que leur permet leur puissance”: l’Iraq venne invaso senza avallo Onu. L’eliminazione di Bin Laden e Soleimani costituirono operazioni extralegali. Cambia la forma: il tratto gentile di JFK contro la brutalità comunicativa di Trump. Ma la sostanza dei comportamenti rimane invariata.

L’Italia può ergersi a custode del diritto internazionale?

La nostra storia suggerisce il contrario, trasversalmente. “Locusta” del 1986 fu ordinata da Craxi, socialista. Il Kosovo del 1999: l’Italia partecipò all’operazione Nato priva di mandato Onu sotto D’Alema, con Sergio Mattarella – oggi Presidente della Repubblica – quale vicepresidente del Consiglio e ministro della Difesa. L’Afghanistan impegnò centrodestra e centrosinistra. L’Iraq coinvolse Berlusconi. La Libia fu bombardata sempre sotto Berlusconi. La costante è l’appartenenza atlantica. L’Italia, al di là delle alternanze tra destra e sinistra, ha subordinato il diritto internazionale alle esigenze occidentali.

L’invasione russa dell’Ucraina ha giustamente suscitato condanna universale. Perché questa reazione diverge da operazioni occidentali analoghe? Perché la Russia non appartiene al nostro blocco. L’operazione in Venezuela ha rovesciato una dittatura sanguinaria senza vittime. Difficilmente equivale all’invasione dell’Ucraina. Eppure, formalmente, entrambe violano l’articolo 2(4) della Carta Onu.

Come osservava Kelsen, il diritto internazionale è privo di strumenti coercitivi. Eppure funziona nella maggioranza dei casi. Le migliaia di trattati che regolano commercio, navigazione, aviazione civile vengono rispettati quotidianamente: dagli accordi WTO alle convenzioni marittime. Il sistema funziona perché corrisponde agli interessi degli Stati. Le violazioni sono eccezioni: quando confligge con interessi vitali delle grandi potenze, viene violato. Non per questo perde valore.

Come Tucidide documentava, “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. La storia la scrivono i vincitori. La democrazia occidentale ha costruito un ordine imperfetto. Brutale, se vogliamo essere onesti. Ma tra due culture capaci di violenza, quella occidentale mantiene almeno democrazia interna, libertà individuali, Stato di diritto. L’alternativa orientale offre autoritarismo anche all’interno. Si tratta di una scelta di campo fondata sui nostri riferimenti culturali. La tradizione liberaldemocratica garantisce spazi di libertà impensabili altrove. È per questo che, pur consapevoli delle contraddizioni, optiamo per l’Occidente: la democrazia costituzionale rappresenta un patrimonio da difendere.

Resta la domanda di Machiavelli: è meglio essere temuti o amati? L’Occidente ha scelto entrambi – democratico in casa, pragmatico fuori. È ipocrisia? Certamente. Ma è un’ipocrisia che preserva la democrazia e lo Stato di diritto così come li abbiamo concepiti nella nostra cultura e nei nostri diritti fondamentali, ancorché non sempre rispettati. E questa rimane la forma più matura di realismo politico.

Stefano Giordano

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