Ambiente
Il doppio binario delle batterie europee tra cooperazione e indipendenza
Servono più elettrificazione, più rinnovabili, più batterie e serve il nucleare: è l’unico modo per tenere insieme il clima, la sicurezza e la nostra dipendenza energetica. Lo ha detto Wopke Hoekstra, il Commissario europeo per il Clima, alle commissioni parlamentari di Camera e Senato qualche giorno fa. Ma è quella parola, batterie, a meritare un attimo di riflessione, perché racchiude una sfida geopolitica che oggi l’Europa fa fatica ad affrontare con la coerenza che sarebbe necessaria.
Il World Energy Outlook 2025 dell’IEA lo ha messo nero su bianco. C’è un singolo Paese che è il principale raffinatore per 19 dei 20 minerali strategici legati all’energia, con una quota media che si aggira intorno al 70%. Nel 2035 la Cina fornirà oltre il 60% del litio e del cobalto raffinati, e circa l’80% della grafite e delle terre rare per batterie. Per le chimiche emergenti poi la concentrazione sarà ancora più alta. Pechino ad esempio controlla il 75% dell’acido fosforico purificato, che è essenziale per le batterie litio-ferro-fosfato (LFP), e il 95% del solfato di manganese, utile per quelle sodio-ione. Il rischio allora non è solo teorico, perché in questi anni la Cina ha già sottratto dal mercato – in alcuni momenti – celle e catodi, ma anche tecnologie di produzione, con il fine di generare pressioni geopolitiche.
Come ha risposto allora l’Unione europea?
Con una norma, naturalmente, il Critical Raw Material Act, che fissa obiettivi al 2030, e prevede l’estrazione del 10% del fabbisogno europeo, la raffinazione del 40% e la copertura del 25% tramite riciclo, con nessun Paese terzo che vada oltre il 65% per singola materia strategica. È un’architettura coerente, in linea teorica, ma nei 47 progetti strategici riconosciuti dalla Commissione europea è coperto soltanto il 35% degli obiettivi di estrazione, il 12% del processing e il 24% del riciclo. La distanza allora, tra la norma e la capacità produttiva, è ancora – purtroppo – ampia.
Per l’Italia, a maggior ragione, il punto di partenza deve essere un’onesta valutazione dei limiti: il nostro Paese non dispone di riserve minerarie significative, e la filiera della raffinazione richiede economie di scala che sono difficili in un contesto solo nazionale. L’autosufficienza totale non è realistica nel medio periodo, e forse nemmeno nel lungo. Riconoscerlo quindi non è una resa ai mulini a vento, è semplicemente il presupposto di una strategia che possa apparire credibile. Nella visione del World Energy Council questa strategia si articola su un doppio binario. Il primo è la cooperazione pragmatica, lì dove il gap non è colmabile nel breve: accordi di fornitura strutturati, partnership con standard ESG, diversificazione verso altri paesi come America Latina, Africa e Australia. Il Piano Mattei su questo può essere una leva concreta nel contesto nordafricano. Il secondo binario è l’investimento progressivo in autonomia, con più ricerca sulle chimiche alternative, come le batterie allo stato solido, sodio-ione, che riducano la dipendenza da cobalto e terre rare; e terzo, competenza sulla quale siamo leader in Europa, il riciclo.
Oggi invece oltre il 50% della black mass europea viene esportata in Asia, per essere poi riacquistata raffinata a costi naturalmente maggiori. È una doppia perdita che hub modulari di riciclo – sul suolo europeo – potrebbero ridurre progressivamente. Ciò che manca allora è un luogo di coordinamento. L’Italia ha bisogno di un tavolo permanente tra produttori di energia, operatori di rete, industria automotive, chimica e ricerca: non un nuovo ente pubblico, ma uno spazio che definisca dove cooperare nel breve e dove investire per costruire autonomia nel lungo.
La lezione di fondo è quella che Churchill sintetizzò a proposito del petrolio: la sicurezza energetica non si fonda sull’autosufficienza in una singola fonte, ma sulla diversificazione. Il trilemma – sicurezza, sostenibilità, accessibilità – che il World Energy Council usa come bussola non si risolve con un’unica soluzione ottimale. Si gestisce con un mix tecnologico e strategico consapevole, in cui le batterie europee sono uno strumento essenziale di resilienza sistemica. Realizzarle richiede però tempo, investimenti e visione. Richiede, soprattutto, la capacità di tenere insieme tutti i pezzi e ragionare, con sincerità e senza faziosità, da sistema.
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